La 45

– Sentirti inghiottire dal sonno e chiudere gli occhi sulla strada di casa, senza paura, sicuro che non andrai a schiantarti. Ovvero dormire così profondamente da trasformare un’ora in due, mentre qualcun altro sta guidando per te. E poco importa che sia uno scorbutico e grigio autista di pullman. La mia auto chiusa nella Milano che sta chiusa negli specchietti. La sera sui sedili e il tepore del corridoio, mentre dormo nascosto sotto alla giacca sulle mie ginocchia.

– 45?

– Non più, da molti mesi. Passano i mezzi pubblici ed anche il tempo. Mezzi e mesi, e anche mezzi mesi. Il corridoio caldo e i sedili buoni per svenire sono quelli di un pullman che va verso Sud; Milano era negli specchietti retrovisori perché me la stavo lasciando alle spalle; lei, e tutto quello che ci sta dentro. I suoi palazzi, i suoi tram, le sue foglie cadute, le sue strade, i suoi motori. Come quello della mia auto parcheggiata. E chissà se ora riposano i motori malsani dei bus della linea 45, costretti tutto il giorno in un percorso chiuso e triste che si tiene la città dietro e di fianco, per poi tornare a vedersela davanti. Autobus della periferia Sud-Est. Non ci salgo più e mi scappa da pensare: “per fortuna”. Come se mi avessero fatto qualcosa, quei poveri scatoloni di lamiera arancione, col corridoio freddo e informe che non è un corridoio, e striminziti sedili di plastica che paiono quelli di un ufficio postale. Come se la calca delle sette e cinquanta fosse colpa loro. Come se quell’odore acre di gomma bruciata fosse davvero in grado di rovinarmi la giornata. Le giornate… quelle resistono agli odori. Oppure si rovinano da sé.

 

 

(22 ottobre 2009)

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L’ultimo giorno

come correre tenendo in braccio un pacco troppo grande e pesante e liscio. ti
tremano le braccia, ti sudano i polpastrelli, e le mani non ce la fanno più.
scivola via, la vita.
mentre cade, strizzi gli occhi e resti sospeso in un eterno istante. ecco che un
secondo vale più di quei pomeriggi troppo brevi e quelle serate troppo stanche
in cui senti che il tempo è così stretto da lasciarti i segni. in quel secondo,
sei pronto a redimerti purché nulla, in quel pacco, sia tanto rotto da non poter
essere più aggiustato.

(28 ottobre 2008)

Se noi non fossimo noi

Incontro un uomo con l’andatura insicura, lo sguardo spaesato; guarda il cielo, poi fissa il terreno. Strano nell’aspetto.
Lo studio mentre si avvicina.
La mano destra. Sudicia. Qualcosa di liquido. Grondante di… sangue?
Oddio. Sì, sembra proprio sangue.
Sospetto.
Quell’uomo è forse così stralunato perché ha commesso qualcosa di atroce?
Fifa.
Cambio velocemente strada, allungo il passo il più possibile; ma non troppo, non deve sembrare una fuga.

Raggiunta finalmente casa, chiudo la porta a doppia mandata.
Affanno.
Cerco conforto nella dispensa.
Trovato. Mi preparo un panino al formaggio.
Masticando il primo boccone vado a ricontrollare la porta. Ok.
Mi dirigo nuovamente verso il lavandino della cucina.
Fisso l’acciaio. Su di esso vedo proiettata la sagoma di quell’uomo.
L’allucinazione, seppur lenta e sfocata, mi crea un brivido.
Una briciola, cadendo, manda in frantumi l’immagine mentale e mi riporta alla realtà.

La cucina esiste, è l’odierno teatro dell’immaginazione. Anche la mano insanguinata esiste: è la mia. Maledette pellicine.

Ora: questo panino sarà pure sospetto, ma il punto è un altro.
Non voglio necessariamente estrapolare una saggia morale da questa storia: non ne ho né la voglia, né la presunzione. Mi preme però dire che il mondo è pieno di imprevedibilità, di cose non subito comprensibili, di persone e fatti bizzarri.
A volte la spiegazione ad esse può essere tanto banale da sembrare inventata.

Pensando a tutto questo, mi rendo conto di non essere in grado di formulare verità o di saper ragionare in modo scientifico.
Il mondo è assai più complesso, o forse è molto più semplice e calcolabile, ed anche ciò che a noi appare unico e magico lo si può in realtà formulare e riprodurre.
Già.
Eppure torno con la mente alle mie unghie sanguinanti e a quanto possa creare diffidenza o sconcerto una cosa tanto stupida. Quanto male può farci la quotidiana rinuncia all’irrazionalità?

Ogni lume che rischiara la vista è anche un lume con cui ci possiamo scottare,
se ad esso ci avviciniamo troppo. Così il lume della ragione, che siccome tale nella notte va spento, perché cadendo può creare un incendio.
Ed è così che la notte diventa il tempo dei pensieri sballati e senza scopo.
Una logica buffa e avvolta dalla nebbia, propria dei sogni, sembra impadronirsi anche di coloro che si ostinano a restar svegli in cerca sonno, di una spiegazione, di loro stessi.
Quanto tempo sprecato.

(14 ottobre 2006)