Quel cielo giallastro

Il Sahara sembra sia piovuto tutto sulla mia auto un tempo nera, ora appannata da un trasparente velo beige. I tergicristalli e l’acqua saponata hanno aperto un debole varco nella sabbia fangosa, sul parabrezza. Sul muso un cimitero di moscerini, falene, zanzare: minuscole carcasse, incastonate e confuse in una mimetica crosticina polverosa.

Ci sono guerre, o almeno ce ne sono state, che massacrano più esseri umani di quanti insetti possa uccidere io in un lungo viaggio nella notte fra le campagne, costeggiando fossi e risaie, prati, alberi e altri luoghi ameni per tutti quei piccoli esseri attratti dal bagliore omicida dei fari che squarciano il buio. Forse non esiste individuo, a questo mondo, che non abbia compiuto il suo personale sterminio di forme di vita… quali esse siano. Ma presto, l’acqua di una pioggia che non ha incontrato i deserti laverà via tutta quella morte: carne morta, rocce morte. Coleranno via dalla mia macchina, un tombino inghiottirà il loro rivolo. Brillerà la superficie di nuovo lucida del metallo, e di quei morti sfatti non resterà che questo pensiero opaco.

Anche le persone ammazzate vengono inghiottite dall’acqua e dall’oblio. Pioggia dopo pioggia, anno dopo anno, bugia dopo bugia. Risplende il metallo delle medaglie come la lamiera tornata nera, dopo la strigliata delle spazzole dell’autolavaggio; ma i volti sulle fotografie in bianco e nero no, sono tutti sbiaditi o strappati. E nessuno li può davvero ravvivare, ricongiungere, resuscitare. Non restano che la retorica stantia, le analisi dei libri di storia impolverati e certi piccoli pensieri casuali, torbidi come l’acqua con la sabbia, figli notturni di infelici associazioni mentali.

(3 giugno 2008)

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