It was written

questo blog è un mezzo mortorio

certo, anche e soprattutto a causa mia:

la grafica è fredda, la leggibilità modesta

posto poco e non rispondo ai commenti.

questo è tutto fuorché una questione vitale

ovvio. tuttavia

a me manca splinder.

mi mancano un po’ le abitudini e i colori di prima

e mi chiedo che senso abbia tenere in piedi un blog così

in cui diventano complicate persino le cose essenziali

come dare alle parole la forma dell’amato Garamond…

ma evidentemente era scritto

 

 

 

 

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Impollinato

“ Questa ghirlanda di nuvole bianche, questa neve soffice e asciutta, che vorticando mi culla la vista […] un balletto parte d’uno spettacolo più grande, con teatranti inconsapevoli in una messinscena di starnuti e occhi lucidi […] 

…ormai è da due o tre giorni che compro il biglietto.

È un magistrale trasformismo.
Batuffoli di ovatta, cotone angosciostatico
brandelli di nuvole, fiocchi d’aria
petali d’enormi fiori chiamati alberi
pezzi d’un gigante soffione
sbuffati da un dio.
Li osserva l’oca, perplessa
si domanda se sia roba sua
e spera di restare nuda (è un’oca)
ma pure teme di diventare un cuscino.

Stinti coriandoli di seta
di un Celeste carnevale
in bianco e nero,
sembrano ciò che rimane
della nebbia autunnale
ormai asciutta, rappresa
infeltritasi nel ciclo a caldo
un maglione pieno di buchi
attraverso i quali s’intravvedono
larghi squarci d’orizzonte.

Pioggia vegetale
parodia d’una grandinata
nevicata di segno opposto.
Ma gocce o chicchi o cristalli che siano
questi non puntano terra
bensì si ribellano, tornano su
una sfida alla gravità
tanto da apparire umani
per questo volere volare.
Si protendono verso il blu
tracciando volte mirabili
vagando liberi e inafferrabili;
i palmi delle mani
di eterni giocherelloni
li bramano, li inseguono
ma quando si chiudono
restano vuoti
e non si capacitano del come.

Il treno e l’automobile
la bicicletta ed il pedone
penetrano questa barriera morbida
solcando una roteante scia
bianca come la spuma
trasudata dal passaggio d’una prua.
E per strada c’è un tappeto
ma non lo puoi calpestare
sennò va in frantumi
come un fragilissimo vetro
bianco e sofficissimo e opaco.
In aria, a naso insù
ne seguo a fatica l’ardita coreografia
improvvisata, jazzistica, sgangherata alquanto.
Il collo prova a impararne i  passi
ma mi ritrovo col tramonto in viso
(tutt’altro a me inviso)
e così, in controluce
non pare più una danza
bensì una vibrazione,
granulosità pulsante dell’etere
come l’effetto neve della televisione.
Pupille macchiate
di chiazze lattiginose
emulsione sulla pellicola retinica
ASA millesei
celluloide di cellulosa
un film già proiettato
ogni primavera un remake.

Poi arriva la notte
ed il balletto sembra placarsi
ed io faccio mille giochi di parole
non so nemmeno come si chiamino in realtà
questi corpicini che applaudo
mentre danzano sul palcoscenico
di queste giornate
strane, lunghissime, insolite
eppure già stanche
viste
vissute

 

(13 maggio 2005)