Dentro a questo che non scrissi


Sono un uomo senza passato
me ne infischio del mio passato
il mio passato è una bambina
di sette anni che andava in cartiera
e che io ho chiamato madre
i miei casi meschini
sono meno che merda
di fronte alla sua paura
alle sue piccole gioie così piccole
che la storia non potrà registrare
nel mio passato c’è un uomo
che ha impastato milioni di pani
e che io ho chiamato padre
il mio passato è il suo odio
per il suo padrone
il suo amore per i gatti
la sua docile morte
io amo il mio passato
Lenin Marx Giulio Cesare Mosè
sono il mio passato
Gesù Cristo e lo schiavo
che costruì le piramidi
tutti gli umiliati e gli offesi dei millenni
il pitecantropo e il suo fuoco magico
Leopardi Dante e Socrate e mia nonna
che insegnava a cantare nella sua chiesa paesana
le montagne sono il mio passato
i laghi prealpini e i loro pesci
le stelle e i loro pianeti
le candele e i loro altari
le trottole i mitragliatori
i nidi delle processionarie
il Vangelo il Corano di Vittorio
gli occhiali di Togliatti
i fuochi della Rivoluzione d'Ottobre
Robespierre e la sua ghigliottina
Gandhi e il suo fuso
Spinoza e il suo latino
Rabelais e i suoi giochi di parole
Breton Orazio Sacco e Vanzetti
Pinelli è il mio passato
la Ghirlandina e i suoi morti
San Gimignano e le sue torri
Dostoevskij primo amore
Tolstoj fiume senza parole
i bachi da seta sono il mio passato
i dinosauri Hitler Mussolini
Churchill Stalin Roosevelt Moscatelli
e persone che voi non conoscete
morti che io non ho conosciuto
tutto ciò che saprò
tutto quello che non saprò mai
e le alghe in fondo ai mari
i mari in fondo all’universo
l'universo in fondo ai suoi microbi
le lune in fondo ai loro cieli
le parole in fondo alle loro vene
i pazzi i profeti gli assassini i preti
i poeti i lebbrosi i dervisci
gli impiegati d’ordine
i manovali portatori di terra
lo zio disperso nelle Americhe del Sud
le sue ossa spolpate dalla lontananza
io sono il mio passato
il vostro presente
l’avvenire di tutti
me ne infischio del mio nome
posso perdermi senza rimpiangermi
come si perdono i capelli
sotto le forbici del parrucchiere
come si perde il sole ogni sera
come si perdono le parole
con cui si finge di vivere,
di essere un tale, quel tale,
questo tale,
questo stronzo.

 

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mi domando

se non ci sia un modo più semplice per salvare i messaggi privati
anziché questa maratona di copia&incolla in serie che in questi giorni mi attende

(sebbene di concreto non ci sia assolutamente nulla: non ci faranno levare le tende.
ma "vatti a fidare. mi è già capitato di vedere interi forum chiusi, community stravolte o server dismessi da un giorno all'altro, e pertanto, io non mi fido più. e quindi preferisco dar retta all'odioso 'sentito dire', anziché far lo scettico che poi si ritrova per l'ennesima volta con centinaia di parole cancellate per sempre e l'insopportabile senso di perdita che ne consegue." )

Come isole

 

Tipicamente autunnale,
lasci la città ancora tiepida e luminosa
chiudi gli occhi sul sedile davanti
li riapri sul vetro a lato
e già fa freddo, e già è buio.
Così uguale a un qualsiasi ritorno
da un giorno di scuola a tempo prolungato
quando era novembre e non studiavi
“rimedierò poi, adesso non mi va”
era il tempo di nuove paure e diffidenze
di rinnovate timidezze.
Ci si conosceva quasi tutti, sì
ma l’estate portava via un po’ di memoria
in cambio di amici a tempo determinato
o come spesso accadeva, era avara
e offriva lunghi pomeriggi di silenzioso sole

e troppi gelati
e giochi noiosi.
Erano solo compagni di classe, in autunno
alcuni erano sempre lontani e scenografici
sagome grigie come colleghi in un ufficio finto
ma anche i più vicini e vivi non li trovavo divertenti
non ero poi molto contento di rivederli
accostavo le loro esistenze al mio sonno doloroso
e ai compiti per casa che non riuscivo mai a finire in tempo
loro, con cui avevo condiviso giochi e risate nella primavera precedente
erano ora rivali nel momento della di un’interrogazione troppo prematura
e diventavano persino nemici nel momento in cui ero io ad essere chiamato
e non mi strappavano più nemmeno un sorriso.
Poi la nebbia svaniva, e con essa le amnesie
ed ecco le sagome animarsi, i nemici allearsi
la grande finestra oltre il banco
guardavo i marciapiedi inzuppati d’acqua, le foglie macerate
ed ora mi piace pensare che quel manto rugginoso e lucido
fosse così scivoloso per poterci far scorrere velocemente, lontano dai timori
e scivolando via ci ritrovavamo sulla soglia di un nuovo anno.
Le feste che finiscono subito
l’inverno che non finisce mai
eppure è già marzo, il tempo è volato
“no, ma che dici”
“ma se è stato un attimo”
e chiacchierando è già maggio
alcuni sono rimasti compagni
altri si sono messi in testa di entrarti nel cuore.
Era proprio necessario?
Non posso neanche fissare la luna in pace
mi toccherà ricontarvi tutti, comparse comprese
e se dimenticherò qualcuno non me ne accorgerò
oppure mi dirò “pazienza, non è possibile ricordarsi di tutti”
ma se un giorno una visione dovesse rinverdire la mia memoria
allora sentirò forte il bisogno di scusarmi
con la comparsa scomparsa che comparsa non era
e mentre cercherò goffamente di spiegare queste cose
la comparsa ricomparsa mi guarderà con aria confusa
e forse si convincerà ch’io sia diventato pazzo

o un tossico, magari.
Avrà ragione in ogni caso:

la mente si ammala di ricordi,
e la nostalgia genera dipendenza.

Scorrono le ultime case,
stacco gli occhi dal finestrino e lo sguardo dagli autunni di ieri
mi caccio nella giacca
frenata
saltino
sono in strada.
Il vento fa roteare un ricciolo arancione
e la tentazione di imitarlo mi assale.
Anch’io un ricciolo di foglia che si lascia trascinare
così, riarso e fragile e moribondo
sull’asfalto, pronto a sfaldarmi un caldo crepitio
e invece no
non si può essere così deboli
già sdraiati sulla strada in cambio di qualche onda d’aria
mentre le altre foglie tue simili, quest’anno
rimangono aggrappate con tutta la forza
a quegli alberi che hanno ancora folte chiome
e le piogge tardano ad instaurare il loro regno triste
ed a spezzare questo verde abbraccio. No
io tardo con loro, senza  farmi spezzare
dalla stanchezza, e dalla nostalgia.
E quest’ultima è semmai forza
quella che mi fa restare intero
vivo
e non mi fa perdere la via di casa
come una corda invisibile
come quella striscia dipinta sulla strada
a cui t’aggrappi con tutte le forze quando,
inghiottito dalla notte
o dalla nebbia, o dai cattivi pensieri
la tua auto sbanda per un istante
e i tuoi occhi stanchi ci vedono così poco
ma non puoi morire in un abitacolo
e allora quella corda bianca è l’unica salvezza
e le mani stringono il volante
ma le vere mani sono ora le due ruote a sinistra
e non puoi mollare
non vuoi
non devi.

Cammino lento
non voglio approdare alla meta
senza che l’energia di questo pensiero si esaurisca
e poi, mi chiedo, in cosa si trasforma l’energia di un pensiero
se per definizione non può morire?
Può l’anima
essere lo specchio dell’universo
e come esso dilatarsi all’infinito
fino a sfaldarsi?
Il cuore è una supernova
collasserà su se stesso fino all’apatia
poi esploderà
creando un’ellisse luminosa
ed una nuvola di gas e materia balenerà tra le stelle
pare quasi di poterla già vedere
guardala
è un’immagine di sublime bellezza
e tanta più luce si vedrà
attorno a chi ha tanto amato
e quanta più materia viaggerà nello spazio
creando altri corpi, altra vita
l’unica memoria immortale
fatta non di immagini
ma di atomi
eravamo non polvere
ma stelle
e stelle torneremo, un giorno.
Magari è solo un dio che espira
poi inspirerà
il cosmo collasserà su se stesso
e tornerà ad essere grande come una biglia
solo allora ci ritroveremo

ci riuniremo
tutti.
E invece

la corsa non rallenta
le galassie si allontanano a velocità sempre crescente
gli spazi diventano via via più sconfinati.
Allora penso a noi umani
a noi puntini invisibili
noi anime stupite
che guardiamo la luce delle stelle
così lontana nello spazio e nel tempo
e quindi penso che anche noi non facciamo che allontanarci
e la luce delle persone cui abbiamo voluto bene
non riesce a seguirci, ma resta in un passato sempre più remoto
e noi, come fiondati da un’orribile energia propulsiva, ci dividiamo
e le nostre distanze diventano incolmabili
dilatate 
da distrazioni e pigrizie quotidiane
dall’orgoglio e dall’orologio
da questa vita stanca
ché siamo così deboli
è quindi di un’energia negativa si tratta
ma pur sempre energia,
non muore.

Non muore
la mia ostinazione
a tenere con me quel che resta di quei volti
quelle voci
quelle immagini
come avvolte da un’opaca pellicola
e come una pellicola
posso fermarmi su un fotogramma
ma non giro io la bobina
c’è un proiezionista sconosciuto
molto incostante
ma a volte si sveglia
cambia il rullo
ed ecco un filmato inaspettato
stop.
Un fotogramma dimenticato
torna indietro
stop.
Fammi una copia di questo
non si può
devi chiudere gli occhi
e stringere tra le palpebre quell’immagine, quel ricordo
ma è già così sfumato…
Ecco il segreto
per cui la sera ci si ritrova a scrivere
non è altro che il disperato tentativo
di fissare nelle parole certe immagini sfuggenti
certe sensazioni che ti trapassano
e che potrebbero non tornare più
così chiedi alle lettere di correre veloci
e di inseguire te stesso
e non è che la rincorsa verso il ricordo di un ricordo
che si è già trasformato
e suona così fittizio nelle parole
romanzato un poco
eppure sincero.
Ogni istantanea che ti attraversa
e che ti coglie sempre impreparato
provi poi a cercarla
e a raccontarla che la miglior metafora che puoi permetterti
ma al cospetto di quel lampo
ogni sforzo linguistico appare così flebile
ogni metafora così misera, insufficiente.
Tuttavia ricordo che una volta
fui colpito da una sensazione anche più potente del solito
e nostalgia e malinconia furono così energiche nello scuotermi
che provai subito a disegnare quell’attimo.
Così vidi questo:
io che cammino ignaro
poi qualcosa o qualcuno
passa e mi squarcia la gola
e mi versa dentro un liquido tiepido e salato.
A voi non è mai capitato?
Mi riferisco a quegli istanti
in cui hai la sensazione improvvisa che entri più ossigeno nei polmoni
come se l’aria entrasse direttamente dalla trachea, oltre che dal naso
e una frazione di secondo dopo
senti che dentro a quel collo come aperto
ci sia rovesciato dentro un liquido caldo ma

non così tanto da scottarti
anzi tiepido, doloroso e piacevole al tempo stesso
e lievemente salato
ne senti chiaramente il retrogusto in fondo al palato
e quel sapore l’hai già sentito, ti rammenta qualcosa
qualcosa che pensi sia importante
importante da rammentare
e allora lo cerchi con la lingua ma
è scappato via
e ti sta già riempiendo il petto
e quello è il momento cruciale
quando ti manca il fiato
sgrani gli occhi
e la mente mette a fuoco quella diapositiva
è tanto bello quanto triste
tanto che senti che piangere non basterebbe
e non ne avresti il tempo da quanto è tutto così rapido
ed il liquido salato e tiepido, così simile proprio alle lacrime
sta già colando via
sprizza da tutti i pori come l’acqua dal telefono della doccia
e tu, umana fontana
cerchi di fermare l’emorragia con le mani
di fermare quindi il tempo, o quantomeno di dilatarlo
ma due mani sono troppo poche
e in ogni caso troppo piccole
e il liquido piove via
si raffredda all’aria di novembre
e resti immobile in una pozzanghera gelida
che riflette questa luna bianca
e con essa
tutti i volti di coloro che ti mancano
e ai quali troppe cose non hai detto
e che per questo cerchi nelle notti.
Poi un ultimo riverbero
è forse il senso di colpa
forse una stella, metaforica o reale
ma ormai è lo stesso
ti devi muovere
arrivare finalmente a casa
e metterti a scrivere con i piedi ancora zuppi
per provare a fissare quelle immagini, cristallizzarle
nell’impossibilità di cristallizzare le persone
il tempo
l’universo
e con essi
tutta quell’energia invisibile che non smette di scuoterti
e che ti porta fino all’ultima parola, ansimando
quindi all’
ultimo respiro
prima di implodere
di non essere più.
Poi l’esplosione
e quanta paura ho di non far rumore
quanto mi fa male l’idea
che non mi vediate brillare
forse perché troppo lontani
e non perché non avrò abbastanza amato
ma perché l’avrò troppo poco dimostrato
e per questo
esser da tutti voi dimenticato
no, no
voglio essere anch’io versato
in voi, liquido tiepido e salato
per rendervi un po’ di quella vita
che in vita mi avete dato

 


(lunedì, 6 novembre 2006)

Rincasare, un lustro dopo

la lunga notte del viaggiatore di ritorno.
le case si srotolano sulla pianura: luci si allargano come maglie di lana dalla trama sempre più sfaldata. la nicchia morbida d’un cappuccio, issata sulle orecchie, col suo arco che copre appena le tempie, guanciale di chi riposa seduto e mescolato dai salti d’asfalto delle molle. lo spiazzo deserto della fermata e la scossa della frenata scorbutica, ma senza stridii di ferro che squarcino il silenzio. la nebbia sospesa a mezz’aria, sfiora il manto del viale di porfido come se ne fosse il respiro. le strade che risalgono dalla stazione, tra lampioni bruciati e cani sempre svegli ma lontani. le foglie lucide, già tinte d’autunno, che di notte si coloran di semafori. il lupo che cammina col naso nascosto e osserva e pensa, pensa come se scrivesse, ché le parole nascono da sole e già stampate; basta un libro giusto, testo che suggerisca un ritmo ed evochi dizionari conosciuti e poi dimenticati, ma non così bello da suscitare una voglia carnale e malsana di copiare, o di smetterla del tutto. i passi batton come tasti, la distanza è quasi colma.un rivolo di latte gelato e altre scodelle con la pappa grigia dei gatti, nel cortile. le gambe che mitragliano sulla scala ansimante, spari d’adrenalina che uccidono la lunga notte del lupo viaggiatore e ciò che resta del suo dormire.

(un anno fa)

Rincasare

La nebbia che smussa gli angoli,
la luce dei lampioni che sembra svaporare,
un cane che abbaia.
È strano rincasare la notte
Sei solo nella via e ti sembra di esserne il re
senti la percussione dei tuoi passi
il sibilo del tuo respiro
un allarme lontano che squarcia appena la quiete.
Piccoli tasselli di luce gialla si accendono dietro una veneziana
Immagino ogni possibile umana attività:
una donna in cucina che si appena alzata
che vuol mangiare dopo il sesso;
un anziano insonne che era già in piedi
e mi ha sentito sfrecciare sul marciapiede;
o forse quella è la finestra di un bagno
semplice no?
Poi penso a tutte quelle altre finestre che guardano sulla strada
la luce è spenta in quelle stanze
e in quel buio chissà quante vecchie pettegole
mi faranno un identikit per sapere chicomequando
nel dubbio faccio una boccaccia, poi sorrido.
È strano rincasare la notte
a casa c’è più silenzio di quando ero solo
però mi aspettano svegli il gatto
e una cena da scaldare.
Un caffè notturno
la telefonata della buonanotte
mi collego un po’
la Rete è come il gatto e la cena
ancora sveglia cioè
io ho poche idee ma confuse
ancora sveglio, ma non ne sono proprio certo
sebbene sia facile capirlo:
se domani ritroverò questo pensiero scritto,
vorrà dire che non era un sogno.
Le coperte mi chiamano, sirene
amo il loro calore
ma le temo perché hanno il sapore della routine
e domani mi sveglierò sotto di loro, come stamattina
e poi tutto il resto
domani uguale a oggi uguale a ieri
anche i miei post sempre più uguali tra loro
chissà poi dove si va a nascondere
quella sensazione che qualcosa di speciale accadrà a breve
e che ti assale sempre nei momenti meno opportuni
quando non la puoi pensare né scrivere
però ti rimane
e allora finisci il tuo turno serale
torni a casa tra mille stranezze normalissime
e mentre le racconti
tenti di ricordare una sensazione che non sai nemmeno cos’è
ti basta il ricordo
per farti stare un po’ meglio
per allontanare l’idea che la tua vita sia traslata
per farti cedere al canto delle sirene
finalmente.
Così arrivo alla buonanotte che è quasi giorno
ma va bene
sono stanco di farmi domande inutili
e il cane di prima tace
e le signore impiccione sono tutte crollate
e le luci nelle stanze si accendono ancora, si
ma sono quelli che anche oggi si alzano per andare al lavoro
insomma, è troppo tardi
e non trovo buoni motivi per restare
sono già spento io
spegniamo anche le cose intorno
poi chiudiamo gli occhi
facciamoci cullare dal canto dei primi uccellini
e soffochiamo queste troppe parole sotto il cuscino
e poi sotto anche la testa
chissà che non smetta anch’essa di far baccano
e di farmi stare in pensiero
shhh

 

  

(29 ottobre 2005)

Vuoi solo che finisca

Non c’è nulla di edificante nel toccare con la punta delle dita il vero dolore altrui – ci si sente solo stanchi e desiderosi di dimenticare, o di svenire addormentati. E se un bambino impara a tenere la mano lontana dalla porta bollente del forno, a noi le scottature non insegnano un bel niente – perché da grandi smettiamo di imparare e perché, quando l’infanzia muore, certe porte cominciano a bruciare di dolore, e piangendo, ci chiamano.


(novembre 2009)