Fuorviante

 
mi fa venire il mente il suono di certi pensieri così così.
no: questo non è affatto un pezzo così così.
anzi, è un grandissimo valzer.

subito appare epico, grandioso, a tratti persino trionfale.
ma al tempo stesso sembra avere qualcosa di profondamente
malinconico, di oscuro, quasi che
debba preannunciare un evento tragico.
 
così così. come quelle feste in cui ti senti fuori luogo. un passante, da fuori, guarda distrattamente dentro: luci a giorno che schiantano tremolanti ombre sui vetri e sul soffitto bianco. irradiamenti di un evento mondano: come gli schiamazzi e la musica, attutiti e poco riconoscibili dall
esterno. e intanto, ecco che a te sembra di percepirla, la presenza elettrica e invisibile del passante nella strada: guardi istintivamente verso la finestra, e vedi il vago orizzonte scuro oltre il riflesso delle luci della sala. capisci in un attimo che desideri solo di attraversare il vetro e disperderti in quell’oscurità. vorresti scappare via, lontano dal resto, anche più di quanto tu già non lo sia.

(25 ottobre 2008)
 

Annunci

Tregua

Ho riscoperto quanto calore c’è nel centro del palmo della mano
ho allungato le maniche alle magliette
ho finalmente i capelli dell’anno scorso
ho voglia di raggiungerti nel letto
ho trasformato quadrati di polvere in dischi da riascoltare
ho convertito soprammobili rettangolari in libri che a breve leggerò
ho una borsa che non si bagna e un thermos che non si raffredda
ho la sensazione che ti stanchi di meno a rincorrermi nei pomeriggi
ho ricordato l’importanza di non sottovalutare le persone
ho problemi che restano irrisolti, ma anche la forza di non esserne ossessionato
ho idee semplici e obiettivi concreti
ho perso un po’ di fantasia ma ritrovato un po’ di lucidità
ho molte tasche in più addosso
ho un sorriso in più grazie al tuo regalo a quattro dimensioni
e ho ancora voglia di raggiungerti nel letto, e mostrarti quel sorriso
ho finalmente qualche buon motivo per lamentarmi
ho nuovamente qualche buon momento per scrivere
e tutto questo e anche di più
si chiama ottobre
ed io
sto quasi bene.

E allora non tradirmi, ottobre
con le settimane di pioggerellina incessante
con le pozzanghere nascoste
con i treni che ritardano
con gli autobus che non passano
non punirmi col vento,
se ho voluto darmi delle arie
con la giacca più leggera
non startene in agguato minacciando nebbia e monotonia
non esagerare con la malinconia
né con il traffico
e resisti fin che puoi
ché temo
che i miei pori siano sempre meno impermeabili all’umidità
e i miei occhi sempre più allergici al grigio
i miei novembre all’apatia
i miei dicembre alla noia
i miei umori alle cattive notizie
ed è sempre più difficile impedire
ai miei amici di allontanarsi
ai miei ricordi di sbiadire
alla mia conoscenza di imbarbarirsi
ed il mio volto sembra più bello
ma la mia anima la sento imbruttire.

Non sono pronto ad alcun inverno,
né a quello che allontana da sole
né a quello che ghiaccia i sentimenti
e anziché adeguarmi al gelo
mi intestardisco nel continuare a cercare
un po’ calore
nei palmi delle mani
nelle maniche
nei letti
nella musica
nelle parole
nelle notti
nei pomeriggi
nelle tasche
nei sorrisi
e in quel che resta degli amici, e della memoria
ed è caldo e non sbiadisce il ricordo
d’una giornata d’un ottobre di due anni fa
e in fondo è da allora
che fa un po’ meno freddo

(10 ottobre 2006)

 

L’illusione

http://www.youtube.com/watch?v=2cqO1uL0DCk&feature=related

Miti. Di celebri, ne esiste almeno uno per il Passato ed almeno un altro relativo al Futuro.
Ma il ‘Mito del Presente’? Forse sbaglio o sono poco informato io, ma non mi pare goda o abbia goduto di molto successo. Del resto, come espressione in sé, non mi pare suoni granché bene: anzi, si direbbe quasi un ossimoro.

Il presente è l’unico tempo a noi più evidente, e al tempo stesso il più illusorio. Non può sublimare in fondo allo spirito come un ricordo, né dipingersi in cima alla fantasia come un sogno: a meno che non si scelga di vivere in un’eterna differita, rinunciando ai legami con il tempo e rinnegando la realtà, ancorché valori soggettivi. Siamo eternamente insoddisfatti del nostro eterno presente, non potendolo cogliere; per questo posiamo la nostra idea di felicità nei contorni immaginari dell’alone di luce che ci circonda e ci segue, il nostro minuscolo arco perduto dentro all’infinita scia cui apparteniamo.

Qualche volta esitiamo e ci domandiamo perché siamo lì, in quel preciso momento. Ci fermiamo, ci scopriamo a guardarci negli occhi; ci chiamiamo per nome, sussurrando. Ci sembra quasi che sia possibile fermarlo, il tempo, arrestando per un secondo il fiammeggiare perpetuo di quella pulsante scia brillante. Ci trasformiamo in una boccata di denso fumo azzurrino e per un attimo usciamo fuori da noi stessi, lasciando esalare l’anima attraverso i denti. Dall’esterno ci osserviamo con attenzione e stupore, come fossimo alberi o farfalle, o nuvole o ponti sopra a un fiume. Infine fissiamo la convessità della nuca, il pulsare concavo di una tempia, e ci sforziamo di spingere il nostro sguardo oltre la barriera opaca della fronte; ci domandiamo cosa accada dentro a quella diabolica scatola multiforme che chiamiamo Testa, lo scrigno ed insieme la struttura portante di quello che definiamo Io.

Difficilmente ne ricaviamo risposte del tutto soddisfacenti; ma ci sentiamo vivi, manifestazioni di una meraviglia, appartenenti a qualcosa di più grande dell’orizzonte e del cielo… delle stesse parole con cui cerchiamo disperatamente di esprimerci, e che invece sentiamo morire in quello stesso mentre, spirate nella eco del loro stesso suono. Capiamo che nulla è reale fuorché quello stesso momento che già non è più.

La vera felicità non è incosciente o stupida, ed è reale solo se comprendi che non potrà che appartenere a quel batter di ciglio in cui la vivi, e che potrebbe anche non sopravvivere al di fuori di esso. La felicità è una pausa consapevole ma stupefacente che prendiamo dalla nostra costante insoddisfazione di ciò che è oggi.
Presumere che la felicità possa essere trattenuta, posseduta; pretendere che possa entrare a far parte della nostra normalità; in fondo pensare che sia un punto d’arrivo, e non un lampo miracoloso ed assai casuale… è la peggior menzogna che possiamo raccontare a noi stessi, il modo più semplice per essere infelici e già morti, in piedi sulle nostre gambe.

(15 ottobre 2009)

Periferia del pensare

È rincasato mio fratello, un paio di minuti a parlare del più e del meno, e intanto mi sono perso le parole per strada. A cosa stavo pensando? Forse dovrei chiederlo ad A., se entrando in casa abbia per caso trovato qualche parola sul pavimento che valga come indizio. O forse dovrei interrompere le ricerche e andare a dormire, anche se domani la mattina sarà generosa e non verrà a svegliarmi. Ma poi guarderò l’orologio, e penserò qualcosa come « Ma non avevo detto che sono una persona migliore, quando vedo le prime luci del giorno? E se davvero l’ho capito, perché sono già le dieci e non più le sette? ». Poi certamente smetterò di interrogarmi, qualunque sia la domanda. Con un movimento sgraziato scenderò da letto, e mi trascinerò faticosamente verso il bagno. Assieme alla vescica mi si svuoterà anche la testa dai residui dell’irrealtà onirica. A cosa staro pensando, poco prima di afferrare la saponetta asciugata dalla notte? Forse alla barba lunga, forse alla colazione. O forse avrò già paura, di nuovo questa paura, e non mi piacerà guardarmi allo specchio. Vorrò soltanto tornarmene a letto, con le ginocchia che friggono e che mi chiedono di buttarmi ancora giù; quindi dovrò resistere alla mia indolenza, mentre penserò alle lenzuola bianche ed alla mia voglia di non avere alcuna voglia. Eccomi là, investito in pieno, in pieno giorno: il mattino è un’auto pirata. Mezzo morto di stanchezza e vigliaccheria, riverso su un fianco, nel lavandino, come una sbrodolatura di latte sul tavolo: sarò una lacrima bianca, e a cosa avrò pensato? Forse alla ovvia possibilità di rialzarmi da solo, al bisogno di essere fermo e sincero, alla stretta necessità di non rimandare la vita per tutta la vita. O forse a questo cazzo. Sì, proprio a questo.
mentre mi avvito come un cavatappi nel sughero di queste banalità, non ho ancora ritrovato la strada dove scorrono le parole a cui stavo pensando.

 

 
(12 ottobre 2009) 

Avere una Qwerty non ti obbliga a usarla!


Originariamente inviato da xxx


Dai, è un gioco… A volte si vince, a volte si perde…


Originariamente inviato da yyy

Già… quoto pienamente. Bisogna saper accettare anche le sconfitte dalla vita.
E' merito loro se cresciamo.


Originariamente inviato da zzz

già.
tutto ciò che non uccide, fortifica.



Già.
 
Difatti mi sono talmente fortificato che non mi ammalo più anche perché uso i vecchi rimedi di chissà quale nonna che sono sempre i migliori sebbene non ci siano più le mezze stagioni di una volta quando c’erano 20°C costanti mentre adesso assaggi i pomodori e non hanno più quel sapore che ispira fiducia ma non fidarsi è meglio, almeno così dicevano ai miei tempi quando quelli che andavano con Natale lo zoppo del paese (perché era Pasqua e la passavano con chi volevano e i genitori si sentivano soli) diventavano tutti più buoni ma un pochino claudicanti e si chiedevano quindi di quel passo dove sarebbero andati a finire,
ma soprattutto quando.

(ottobre… 2005!)

Un copione esausto

ho perso tutti i numeri della rubrica
e qualcosa come 1500 sms.
parole e numeri.
dati ormai inutili, nella maggior parte dei casi.
informazioni anacronistiche – ma erano mattoncini d’affetto.
ieri mi faceva male, ero incredulo.
oggi mi fa rabbia, e scrivo.
domani mi darò da fare.
qualche decina di giorni ancora
e mi convincerò sia stato meglio così.

(poco più di un anno fa)

 

Appassionato, autocratico

In auto.
Autoradio accesa. |>Playback CD. 
Album: Pink Floyd, “ The Dark Side of the Moon”.
Traccia: n. 05, “The Great Gig in the Sky”.
 
Le dici: “Shhh, attenta adesso, senti che meraviglia”.
 
Ma già dopo trenta secondi
lei vuole di nuovo
PARLARE.

 
No, no e no.
Non una parola di più, abbi pietà di me. E se la canzone non ti piace – che il cielo ti perdoni! – allora concentrati sul paesaggio.
Quando sento suonare “The Great Gig in the Sky”, l’unica voce che desidero ascoltare è quella che mi sta per cantare la grandezza del cielo.
Che tu abbia un cuore di dolce Linda McCartney ricoperto da una granella di croccante Eva Green, in quel momento non m’interessa.
In quei quattro minuti e mezzo circa, Clare Torry è per me l’unica donna che abbia mai avuto le corde vocali, su questa Terra.
In quei quattro minuti e mezzo, Richard Wright è l’unico uomo che anche tu dovresti conoscere, e amare assieme a me.

(poco prima che Rick Wright se ne andasse)