Salva con nome

Tanti pensieri per la testa e nessuna voglia di scrivere.
I pensieri sono immagini, perché doverli tradurre in parole?

Sono capricciose le parole. A volte ti sembra di possedere la loro anima; poi, un secondo dopo, ti sono scivolate via come la sabbia che sfugge dal pugno. Scapperanno? Riuscirò a corrergli dietro? Riuscirò ad afferrarle?
A quanto pare la parole sono come farfalle: devi prenderle al volo quando le hai sotto tiro, sennò tanti saluti. Vedrai altre farfalle nella tua vita, ma non ne ammirerai più un’altra identica a quella che avevi, per un attimo, sfiorato. Però poi mi chiedo: è giusto catturare una farfalla e chiuderla, egoisti?
Forse non è giusto, ma lo farei: sono un animo meno gentile di quanto sembri. Ma a cosa serve far tanta fatica per riuscire a prenderla? Ne vale la PENA? Questo non lo so. Insomma, perché bisogna catturare le nostre più belle parole per rinchiuderle in un testo? E se muoiono è perché hai toccato le la polvere iridescente delle loro ali, intaccandone la purezza? E se anche loro finiscono l’ossigeno, nella tua gabbia a forma di pagina?
E per che cosa, per chi, perché. Per amore dell’arte, della letteratura? Per illuderci talentuosi? Per una dedica? Per autocompiacimento?

Mi piace scrivere, ma è sempre un eterno esercizio. Non è facile come respirare, vedere, bere, … disegnare. È bello e difficile come stare in apnea sott’acqua, come osservare e capire, come sorseggiare e gustare… come dipingere.
Eccolo, l’esercizio: l’architettura c’è, si vede, non è granché riuscita ed è pure poco spontanea.
Perché intestardirsi su qualcosa che spontaneo non è? Davvero per fissare i pensieri? E dire che finora non ne ho espresso alcuno.
Di certo si tratta di fissare qualche cosa… è voler catturare la vanessa, è cercare di fermare l’emorragia di arena.
Voler rendere visibile l’invisibile.
Voler fermare il tempo (ancora?).
Voler rendere immoto quello che viaggia alla velocità della luce.
Robe da pazzi. O da stupidi, probabilmente.

Viviamo nell’era dei dati. Tutto ciò che esiste diventa dato, se non sei registrato non esisti più. Non il tuo cuore pulsante, non i tuoi polmoni, non la tua testa, non la tua bocca…
E chi ha non ha paura del buio?
Il buio annulla, nel buio non esisti: e tu non vuoi questo.
Allora sotto, a registrare, appuntare, fissare, salvare.
SALVA, ti chiede il PC: termine quanto mai emblematico.
Tutto è salvare; anche l’andare alle feste, l’avere un cellulare o un indirizzo e-mail sui quali poter essere rintracciati, il chattare, il fare +1 sui forum.
Per utilità? Per divertimento? Sicuro, ma anche per dimostrare al mondo presente che esistiamo, e per non farci dimenticare da quello futuro: “Io c’ero”, appunto.
Noi, riversati nel server globale per far sapere ai presunti vivi che presumibilmente lo siamo anche noi.

Persino le esperienze sono dati.
Che cos’è oggi un viaggio, se non le foto che hai fatto?  Di certo non è lo spostamento, viaggi talmente veloce che non hai nemmeno la percezione di aver attraversato centinaia di kilometri.
Ti ritrovi lì, con l’ansia di guardare quante più cose possibili. Il racconto non basta più, nessuno crede più al verbo. Il tuo dato su pellicola o il tuo puzzle di megapixel è la tua vacanza… non c’è più nulla nei tuoi occhi, perché il tuo ricordo è un’esclusiva del rullino o della scheda di memoria.
C’è chi esplora gli anfratti più belli e magici e misteriosi del pianeta, poi torna a casa… ed è amaro  rendersi conto, capire che si è vista tanta bellezza attraverso la feritoia del mirino, realizzare che lo sguardo fissava uno piccolo schermo LCD e non l’immensità dell’orizzonte.


I pensieri corrono, e io li trasformo in dati di inchiostro binario.
Perché?
Non basta questa brezza notturna a se stessa?
Questo sassofono nelle orecchie, questo aroma di caffè, questo coro di grilli e rane; le risa dei bambini al parco, la via deserta battuta dal vento, il fulmine nel cielo e il tuono nel petto, la polpa dolce delle pesche e le piantine di basilico che illuminano di verde il mio balcone.
Non bastano così, per quello che sono? È necessario che io le descriva?
A chi interessa se ne faccio pensieri nella notte?
Ed è un bene oppure no, traslare in parola scritta pensieri che non accrescono la conoscenza collettiva?

Eccomi qua, con il paradosso dei pensieri sulla parola e sul dato che diventano essi stessi testo e file. Contraddizioni.
Perché ho salvato?

Mi tocco i muscoli, mi guardo nel riverbero dello schermo, ascolto il mio respiro.
Esisto, cazzo se esisto. A chi lo devo dimostrare?

E se poi non scrivessi… se non salvassi e non pubblicassi… forse sparirei?
Non mi sembra nemmeno un’idea troppo cattiva.
Non salvare più, non salvarmi più.
Non scrivere parole, non creare immagini… niente foto di sé stessi, niente firme sui documenti, niente tracce.
Dire “Io non c’ero” e poi sparire, scivolare nelle tenebre.
Affascinante, certo, ma serve coraggio.
E infatti ci sono, posterò questo messaggio e lo renderò visibile a centinaia di testimoni.

Anch’io sono un pezzo del Grande Archivio, anch’io un’espressione indelebile in un mondo da dimenticare.
P.S.

Potevi essere invisibile, SYD, ma dì la verità: sei un vigliacco che parla con se stesso per attirare l’attenzione! O forse è solo la dose delle 4 e mezza di filosofia spicciola, la tua… o forse, nulla più che una visione.
Peccato, potevi essere tu quella visione, e gli altri si chiederebbero se davvero ti hanno visto o meno.
Ma adesso piantala di dire cazzate e di parlare in terza persona.
Chiudi questo pensiero sballato e troppo lungo, scappa dal dato, diventa visione.
Chiudi il tuo cancello.
Cancellazione.

Ciao SYD
SYD

 

(15 luglio 2005)

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