Pencil-ine

Ho sognato un’estate
lunga dodici mesi
ma non questa estate.
Dodici mesi di caldo secco
e brezza marina
e sabbia dietro le orecchie
e temporali con la voce grossa
ma che non portino via
il tetto della mia piccola casa
dipinta di bianco
né il mio taccuino, la mia biro nera
tanto mi basterà per appuntare i desideri
estivi
per un’altra estate
che non sia questa.
Un’estate sotto una pensilina, nell’ombra tiepida
ad aspettare un autobus che mi porti fuori città
autobus che emergerà dalla strada liquida
salgo, fiaccato dal suo incalcolabile ritardo
mi addormento sul sedile
e sogno un
’altra estate ancora
poi una buca mi sveglia
vedo la fermata da lontano
mi avvicino alla portiera
quindi scendo

a fotografare graffiti in periferia
a disegnare i ruderi d’una vecchia fabbrica
e a prendere un panino
e una birra sudata
presso un baracchino
mi serve un vecchino sorridente
e sdentato
poi risalgo svelto
e addento il panino
è buono
e ingollo la birra
sembrava più fresca
non fa niente.
Poi finisco di mangiare
mi volto, ecco la stazione
scendo
salgo su un treno che mi porterà
ancora più in là
ma faccio il biglietto, prima
(perché il biglietto lo si fa per onestà
o per non viaggiare chiusi nel cesso)
assorto, col naso sul finestrino
passa il carrello delle bevande
prendo un caffè
me lo allunga un viso
rassicurante
è amaro e annacquato
bollente
ma non fa niente
finisco di berlo, mi giro
eccomi in arrivo
una piccola stazioncina di montagna
con la sua piccola pensilina,
stavolta l’ombra è fresca
attraverso la minuscola biglietteria
ed esco sul retro
mi piomba addosso l’orizzonte
la linea frastagliata delle vette arancioni
sbozzate da uno scalpello azzurro.
Riprendo fiato e mi incammino
ancora in cerca di un’estate
delicata ed avventurosa ed eterna
che faccia fare brutta figura alla mia fantasia
che superi di gran lunga queste parole
un’estate in cui camminerò ancora
per raggiungere quei monti
costeggiando laghi preziosi
di smeraldo e argento
e berrò acqua gelida e invisibile
sputata da bocche urlanti di roccia
e un vedrò un tramonto che durerà un giorno intero
e infine arriverà una notte nera e trapuntata d’oro
e il rumoroso ricordo della giornata vissuta
e il fastidio di piccoli insetti sulle mie gambe
e il peso dell’universo sulla mia testa
non mi faranno dormire bene
ma non avrà importanza.
La visione delle cime
e del vuoto sotto di me
mi brucerà gli occhi
e verrà così con me, a valle
non ci sarà bisogno d’incastonarla
in righe, in versi, in rime
che mai saranno all’altezza
di quei monti, tramonti
di quella bellezza.
I piedi non ti fanno male
nei sogni
così mi troverete ancora a camminare
nelle pianure
ai confini col deserto
tra rovine di civiltà antiche e misteriose
sulle Ande, o sulle Montagne Rocciose
sulle Alpi
sugli Urali, o più in là
insieme ad uno sherpa muto e sorridente
o anche solo sugli Appennini
un puntino nella macchia sibilante ed odorosa
poi giù ancora
verso un angolo di Mar Tirreno
a passeggio per quella strada
che da casa mia,
quella dipinta di bianco col tetto fatto male,
porta al mare.
Ma
non camminerò su quel peschereccio
seduto remerò per far riposare il vecchio motore
e forse non vedrete neanche
la scia troppo piccola di schiuma bianca
il piccolo solco chiaro in un blu impossibile da ricreare
e sarò solo, in altomare
e non i miei desideri, ma le onde incessanti
mi scorteranno verso isole ancora inesplorate
e atolli di cui solo io saprò l’esistenza
e che non troverete in nessuna mappa del mondo
in nessun’altra fantasia del mondo.
O forse naufragherò
su spiagge popolate
da donne antiche
sposate a mariti poveri
che pescano con l’arpione
e nei villaggi turistici delle zone
sarò io quel tizio di cui sentirete parlare
e che verrà coi mariti indigeni al vostro villaggio
a vendere pesce e indicazioni
oppure verrete voi a cercarmi
per un consiglio
un passaggio in barca
per fare domande sulla mia storia:
Raccontaci, tizio strano
che parli l’italiano
Racconta, ché nel villaggio ci annoiamo
come ci sei finito quaggiù?
Al quel punto voi avrete trovato me
ma a quel punto io l’avrò trovata,
l’emozione a forma d’estate che cercavo
con cui io possa riempire il bianco di questo foglio?

 

(luglio 2005) 

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Mediocrità e altre rivelazioni

Tu brilli al buio. In pochi riescono a percepirti.

 

 
Alcuni non mi vedono ma
a volte sono io che non voglio brillare
a volte invece vorrei ma
mi rendo conto di non saper luccicare
a comando
e anche se la luce s’interrompe
non c’è alcun interruttore.
 
Forse
sono un fiammifero
di legno
e splendo un poco
come un fuoco
acceso sulla neve
e splendo a breve
ma solo se qualcuno
mi regala un po’ d’attrito
o persino una scintilla
alla mia testolina azzurra
ah. no.
azzurra è la chioma dei cerini
io sono un fiammifero
io ho il capo rosso
e dovrei saperlo
il fatto è che non posso
il colore non esiste qua sotto
perché non esistono colori
dove c’è il buio
e nessuno accende la luce
e non c’è diamante che possa brillare
né quello pazzo, né il minerale.
ah

brillare al buio, che assurdità
sono un fuocherello estinto
da dimenticare
un Minerva umido e spento
che si lascia lodare
per un solo bagliore fulmineo
che sospende per un lampo
questa profonda oscurità
che si chiama vanità

 

  (sei anni o secoli fa)


—————————————————————————————————

…sono al buio, ma le zanzare mi percepiscono alla grande.
 
Altro che versi da due lire
altro che scintilla
altro che fiammifero
è il monitor che brilla
Vaffanculo!

 

  (qualche minuto più tardi)

Passaggio a livello dimensionale

Me ne sto calmo
come in una fotografia
di un tardo pomeriggio estivo
la luce ingiallita
ritaglia un
ombra scolorita
dietro un convoglio merci
l’erba lunga e florida
dal caldo tramortita
nell
’aria non più torrida
frinisce una cicala rimbambita
il sole luccica su una rotaia
raggio di ferro che non abbaglia
una risata in lontananza
un domestico abbaiare
la tranquillità preserale
la frenesia, anche lei in vacanza
nelle case
c’è chi cena o chi attende
il telegiornale
il segnale vocale
il treno riparte
sul binario anche il sole
riprende a camminare
io sporgo la testa
l’aria ormai fresca
sul volto
strizzo gli occhi
mi volto
seguo le traiettorie dei cavi elettrici
le curve dei campi soffici
le spirali della mia immaginazione
poi torno a sedere
in attesa della prossima stazione.
Fuori imbrunisce
si accendono i neon tremolando
i grilli si svegliano cantando
io non li imito
m’addormento
ma vivo, non spento
il libro cade dalle mani.
 
Dal sedile inghiottito
da un incubo divorato
mi ritrovo catapultato
dentro un altro vagone
un neon pallido nella nebbia
un cane in lontananza urla indiavolato
la carcassa di un grillo crepato
su un binario morto,
ferro assassinato
senza più destinazione.
Il treno inchiodando
sferraglia fracassone
urla nella stazione
molta agitazione
dietro al convoglio merci arrugginito
tanto freddo che tremo al pensiero
un filo d’erba avvizzito
fuori è nero, nero di china
raccolgo il libro, ecco, mi chino
ma non riesco a riafferrar le parole:
risucchiate in
chissà quale voragine
congelate come brandelli d’animale
ormai inglobate dalla tenebra invernale.

Non bianche ma grigie, restan le pagine
grigie e umide, come me
che mi annoio
magari dopo
muoio.
O forse resisto
un’estate ancora
una stazione ancora
prima di lasciarmi andare
prima di addormentarmi
resto sveglio e ancora esisto
per un paio di versi ancora
righe da scrivere in cui immaginare
di starmene di nuovo calmo
come in quella fotografia
non più gialla ma arancione

più sbiadita via via
al trascorrer di ogni stagione

(febbraio 2007) 

Salva con nome

Tanti pensieri per la testa e nessuna voglia di scrivere.
I pensieri sono immagini, perché doverli tradurre in parole?

Sono capricciose le parole. A volte ti sembra di possedere la loro anima; poi, un secondo dopo, ti sono scivolate via come la sabbia che sfugge dal pugno. Scapperanno? Riuscirò a corrergli dietro? Riuscirò ad afferrarle?
A quanto pare la parole sono come farfalle: devi prenderle al volo quando le hai sotto tiro, sennò tanti saluti. Vedrai altre farfalle nella tua vita, ma non ne ammirerai più un’altra identica a quella che avevi, per un attimo, sfiorato. Però poi mi chiedo: è giusto catturare una farfalla e chiuderla, egoisti?
Forse non è giusto, ma lo farei: sono un animo meno gentile di quanto sembri. Ma a cosa serve far tanta fatica per riuscire a prenderla? Ne vale la PENA? Questo non lo so. Insomma, perché bisogna catturare le nostre più belle parole per rinchiuderle in un testo? E se muoiono è perché hai toccato le la polvere iridescente delle loro ali, intaccandone la purezza? E se anche loro finiscono l’ossigeno, nella tua gabbia a forma di pagina?
E per che cosa, per chi, perché. Per amore dell’arte, della letteratura? Per illuderci talentuosi? Per una dedica? Per autocompiacimento?

Mi piace scrivere, ma è sempre un eterno esercizio. Non è facile come respirare, vedere, bere, … disegnare. È bello e difficile come stare in apnea sott’acqua, come osservare e capire, come sorseggiare e gustare… come dipingere.
Eccolo, l’esercizio: l’architettura c’è, si vede, non è granché riuscita ed è pure poco spontanea.
Perché intestardirsi su qualcosa che spontaneo non è? Davvero per fissare i pensieri? E dire che finora non ne ho espresso alcuno.
Di certo si tratta di fissare qualche cosa… è voler catturare la vanessa, è cercare di fermare l’emorragia di arena.
Voler rendere visibile l’invisibile.
Voler fermare il tempo (ancora?).
Voler rendere immoto quello che viaggia alla velocità della luce.
Robe da pazzi. O da stupidi, probabilmente.

Viviamo nell’era dei dati. Tutto ciò che esiste diventa dato, se non sei registrato non esisti più. Non il tuo cuore pulsante, non i tuoi polmoni, non la tua testa, non la tua bocca…
E chi ha non ha paura del buio?
Il buio annulla, nel buio non esisti: e tu non vuoi questo.
Allora sotto, a registrare, appuntare, fissare, salvare.
SALVA, ti chiede il PC: termine quanto mai emblematico.
Tutto è salvare; anche l’andare alle feste, l’avere un cellulare o un indirizzo e-mail sui quali poter essere rintracciati, il chattare, il fare +1 sui forum.
Per utilità? Per divertimento? Sicuro, ma anche per dimostrare al mondo presente che esistiamo, e per non farci dimenticare da quello futuro: “Io c’ero”, appunto.
Noi, riversati nel server globale per far sapere ai presunti vivi che presumibilmente lo siamo anche noi.

Persino le esperienze sono dati.
Che cos’è oggi un viaggio, se non le foto che hai fatto?  Di certo non è lo spostamento, viaggi talmente veloce che non hai nemmeno la percezione di aver attraversato centinaia di kilometri.
Ti ritrovi lì, con l’ansia di guardare quante più cose possibili. Il racconto non basta più, nessuno crede più al verbo. Il tuo dato su pellicola o il tuo puzzle di megapixel è la tua vacanza… non c’è più nulla nei tuoi occhi, perché il tuo ricordo è un’esclusiva del rullino o della scheda di memoria.
C’è chi esplora gli anfratti più belli e magici e misteriosi del pianeta, poi torna a casa… ed è amaro  rendersi conto, capire che si è vista tanta bellezza attraverso la feritoia del mirino, realizzare che lo sguardo fissava uno piccolo schermo LCD e non l’immensità dell’orizzonte.


I pensieri corrono, e io li trasformo in dati di inchiostro binario.
Perché?
Non basta questa brezza notturna a se stessa?
Questo sassofono nelle orecchie, questo aroma di caffè, questo coro di grilli e rane; le risa dei bambini al parco, la via deserta battuta dal vento, il fulmine nel cielo e il tuono nel petto, la polpa dolce delle pesche e le piantine di basilico che illuminano di verde il mio balcone.
Non bastano così, per quello che sono? È necessario che io le descriva?
A chi interessa se ne faccio pensieri nella notte?
Ed è un bene oppure no, traslare in parola scritta pensieri che non accrescono la conoscenza collettiva?

Eccomi qua, con il paradosso dei pensieri sulla parola e sul dato che diventano essi stessi testo e file. Contraddizioni.
Perché ho salvato?

Mi tocco i muscoli, mi guardo nel riverbero dello schermo, ascolto il mio respiro.
Esisto, cazzo se esisto. A chi lo devo dimostrare?

E se poi non scrivessi… se non salvassi e non pubblicassi… forse sparirei?
Non mi sembra nemmeno un’idea troppo cattiva.
Non salvare più, non salvarmi più.
Non scrivere parole, non creare immagini… niente foto di sé stessi, niente firme sui documenti, niente tracce.
Dire “Io non c’ero” e poi sparire, scivolare nelle tenebre.
Affascinante, certo, ma serve coraggio.
E infatti ci sono, posterò questo messaggio e lo renderò visibile a centinaia di testimoni.

Anch’io sono un pezzo del Grande Archivio, anch’io un’espressione indelebile in un mondo da dimenticare.
P.S.

Potevi essere invisibile, SYD, ma dì la verità: sei un vigliacco che parla con se stesso per attirare l’attenzione! O forse è solo la dose delle 4 e mezza di filosofia spicciola, la tua… o forse, nulla più che una visione.
Peccato, potevi essere tu quella visione, e gli altri si chiederebbero se davvero ti hanno visto o meno.
Ma adesso piantala di dire cazzate e di parlare in terza persona.
Chiudi questo pensiero sballato e troppo lungo, scappa dal dato, diventa visione.
Chiudi il tuo cancello.
Cancellazione.

Ciao SYD
SYD

 

(15 luglio 2005)

Estatico

credo c’entri molto il mio passato
quando qualcuno finisce per amarmi,
perché mi ha sentito parlarne
per il mio modo di raccontarlo.
 
io sono il mio passato
non sono schiavo del mio passato
il mio passato è le mie gambe
e mentre percorro l’ennesimo chilometro,
il mio passato si specchia su un finestrino
e il mio volto ci scivola sopra con tutti i suoi segni
modellato su ossa scolpite nel calcio e nel passato,
teschio che conserva i due emisferi della mia memoria
il prodotto del mio passato.
ora sono il bambino su un marciapiede nell’estate dell’89
le mie gambine fatte di pochi chilometri e di un breve passato
cammino all’ombra di mia madre e dei platani di via della Stazione
forse desidero un gelato
forse ripenso al mio passato
di bambino ancor più piccolo
un’ombra colorata e poco dolorosa
che cammina insieme a me.
 
ameresti il mio passato assieme a me
la mia ossessione dolce
io sono il mio passato
sono la musica i disegni
le fotografie le cose scritte
ci vedo quel che sono diventato
rivedendo quel che sono stato.

io sono il mio passato
la mia voglia di ripensarlo
il mio modo di ricordarlo
e se per sbaglio tu lo amassi
tutto ameresti di me.

(1° luglio 2010)