Mirror man

 

Ieri osservavo alcune fotografie scattate in periodi diversi.
Non sono d’accordo con il tempo. Non condivido il suo modo di gestire il mio
amato, odiato viso.

Ogni sopracciglio si lega visivamente all’occhio che protegge mediante l’ombra
che l’arcata sopracciliare proietta sulla palpebra. Si creano così due regioni
pressoché speculari, di forma vagamente trapezoidale, due macchie più scure e
grigie sull’incarnato chiaro, dalle cui profondità buie delle ciglia emerge il
chiarore della cornea e il luccichio delle lacrime.
Ma questi due piccoli continenti, nel mio caso, non vanno alla deriva; piuttosto
sembrano avvicinarsi, lasciando ai lati uno spazio maggiore tra le tempie e
l’attaccatura dei capelli. Forse il mio cranio si sta facendo più appuntito?

Sono anni, ma anche settimane, singole notti o fugaci stati d’animo di
brevissima durata i segmenti di tempo che, scorrendo sul mio volto, lo
modificano, lo erodono, lo plasmano e rimodellano a piacimento.

Queste mie ossa. Questi piccoli muscoli e questi lembi di pelle. Questa mia
essenza, questo io. Certe volte gli idioti dubbi notturni sembrano importanti come
l’esistenza stessa. E certe volte, la nostra esistenza sembra concentrarsi in
questi pochi centimetri quadrati di linee e colore in cui riconosciamo noi
stessi, e che consentono agli altri di chiamarci per nome. Così i volti degli
altri, che provocano sentimenti tali da cambiare il corso della storia.
Un amore, un sospetto, una guerra.

Questo guardarci in faccia, la faccia
il nostro percepirci distortamente
un gioco eterno di specchi che
rifulge nelle notti insonni e
lascia dietro sé una scia
di assoluto non senso
…ovvero di follia

(12 giugno 2009)

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