Riverso

Arriva sempre un po’ tardi, maggio
quando ti sei già troppo stancato di aspettarlo.
Non me n’ero nemmeno accorto, di questi alberi gonfi:
il sole s
infila tra i loro rami rigogliosi, accarezza la loro chioma
la schiena delle foglie è ombra che dipinge macchie blu sulla strada grigia.
 
Dove c’è luce c’è vita,
dove c’è vita c’è nostalgia
il ricordo delle luci già vissute.
 
Mi sciolgo e mi verso
nei prati che mi scorrono accanto
sono acqua calda che scioglie le camomille
evaporo tra l’erba. Come un infuso incapace di calmare
come un urlo, uno spavento un
dolore. Come una lingua che si scotta
il terrore di non esserci
di evaporare di fronte a chi mi aspetta
di mancare all’appuntamento con questa primavera
che scorre via, scorre via
non riesco ad afferrarla
come un incubo
come la febbre alta
le mani non hanno forza.
 
La strada si è aperta
il sole si infila tra i cumuli soffici
e gli alberi scappano via dall’acqua bollente
mio sguardo, mio sangue, mia paura
mio amore scivolato via
e tra i prati con le margherite
un’esplosione verde
una mongolfiera che fluttua
ma non si leva nel blu
che si offre al vento
balla un lento
con lui
vorrei essere di brezza
vorrei fermarmi
gettare l’auto nel fosso
o ripiegarla nella mia mano
vorrei raggiungermi nel prato bianco
vorrei fermarmi dinanzi all’olmo gravido
ammirarne il fuoco d’artificio che mormora quieto
e frusciando, nascondermici dentro
ad ascoltare il rumore da cui provengo
a guardare la scia da cui sono emerso, lontana
aggrappandomi alle foglie, seduto in cielo
contemplando maggio dall’alto
osservandomi un po’
prima di scordarmi
prima di tornare
a mancarmi
come un bersaglio mobile
come un ritardo
forse per avere
ancora una
scusa
pronta

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