Ghost in the machine

Sono lì davvero, oppure no
certe sere alla guida
nel controesodo d’una giornata
mi faccio domande
sorpasso un autotreno e lo fisso
ma è come se guardassi oltre
mentre lui taglia a me la strada io la taglio alla mia concentrazione
la mente imita il vortice d’una ruota motrice che gira veloce
io stordito mi chino
appoggio la testa sul volante
e dall’ulcera gastrica lascio che coli l’acido
che mi consuma, mi digerisce
e corrode anche l’auto, sotto di me
e ne vedo il fondo
e il fondo stradale.
Questa rabbia non mi stimola, mi zavorra
e butto tutto il suo peso sull’acceleratore,
e schizzo veloce, ancora di più.
Questa rabbia che cova sotto la cenere
provo a farla esplodere annaffiandola di benzina
si accende un fuoco
no
è solo la costellazione di luci rosse
del moto delle macchine accanto
credo di squarciarne la scia
e invece ne faccio parte
e rotolo verso casa.
Ormai ubriaco di malinconia sbando sulle statali
e ci sono sere che la sbronza è più violenta
e stordente
e l’abitacolo è vuoto
un corpo meccanico comanda la macchina
mentre il mio spirito trasuda dal parabrezza
e si posa su un semaforo si sdraia su un incrocio si getta in un fosso
si nasconde in una cabina del telefono
dorme in un’aiuola
la macchina torna a cercarmi, a prendermi
forse un’anima più grande della mia abita in quel metallo
in quelle quattro ruote, se mi accompagnano per l’universo
non sano ma sicuramente salvo
nonostante
la mia disattenzione costante
poso gli occhi ovunque fuorché davanti
ora su di un ratto che scampa verso i campi
ora su qualcosa di indefinito, distante
poi guardo da vicino le mie mani sul volante
mentre
qualcosa o qualcuno
frena per me.
 
Poi la rabbia finisce
a cosa mi ha portato?
mi ha solo sfibrato
un altro po’
e penso a questo e sono ancora là
in orbita intorno alla città
in questo eterno vagabondare di auto
e luci e fumi e suoni
e le strade si consumano
noi esausti come l’asfalto
ci sfaldiamo
diventiamo piatti
come le scolpiture degli pneumatici consunti
e i pensieri come il traffico
circolano dentro arterie prossime al collasso
e i tarli scavano gallerie nel cervello
ecco perché mi rimbomba la testa…
E intanto le idee nuove se ne stanno in coda anche loro
forse muoiono in tremendi incidenti
forse dormono in qualche area di servizio
comunque non arrivano a noi
che aspettiamo – cosa aspettiamo?
non lo sappiamo
e mentre ce lo chiediamo
ce ne stiamo in apprensione
come madri che aspettano i propri figli
e vegliano accanto al telefono
o sulla soglia, a braccia conserte
e l’ansia cresce e i figli sfrecciano, quasi più sciocchi e rabbiosi di me:
magari arrivano prima
ma magari sbattono
e uccidono il figlio di un’altra madre.
Cosa vi dicevo?
il sangue può scorrere in un cervello così come su un’autostrada
e in entrambi i casi
non porta con sé nulla di buono.
 
Che ore sono?
è tardi
le strade si svuotano
le energie parcheggiano
e i semafori lampeggiano
noi come loro
soli ad un in incrocio
brilliamo ad intermittenza
di una tiepida luce arancione
che doniamo a quelle poche persone
che ci attraversano l’esistenza
che ci danno precedenza
e che ci perdonano se siamo un po’ ripetitivi
a corrente alternata
con il vizio della rima baciata
con il vezzo della similitudine
pieni d’ansia e solitudine.
Cari semafori umani, amici miei lampeggianti
probabilmente va bene così
chiediamo un po d'attenzione in più, sì
ma lasciamo passare tutti
molto poco autoritari
magari un po’ noiosi e sbadati
forse menefreghisti
lasciamo che le cose accadano
e diciamo “io non c’entro”
ma prima o poi, vedrete
ci sostituiranno con una grande rotonda
magari adornata da fiori e lampioncini
insomma bella e brava
la prima della classe
più o meno rispettata da tutti.
Intanto noi
dismessi, obsoleti
spenti e arrugginiti
chissà che fine facciamo.
 
Ho l’anima in manutenzione
e sono triste
perché so
che spesso i lavori in corso
non servono a rendere le cose migliori
se ti va bene diventi più funzionale
più razionale ma
sempre più uguale
a tutto il resto
standardizzato
privo di quell’imprevisto
che rappresenta un bivio
o un crocevia
o un incrocio con scarsa visibilità.
Pensiamo solo a sentirci più sicuri
ci lasciamo ingabbiare in prigioni di ovatta
come i matti
così se sbagliamo non sentiamo il dolore
e non moriamo più
ciò nonostante
siamo sempre meno vivi.
 
Se ho paura di soffrire
ho paura di esistere:
questo dico io.
Ma questo è quelli che forse dicono migliaia di altri individui
però entro nelle loro case
e vedo i loro armadi che esplodono di antidolorifici e sedativi
ed altre droghe a forma di cibo
e poi alcol e ancora alcol
e chissà quante altre medicine potrei trovare
quanti espedienti con cui la gente prova a dimenticare.
È così, e non c’è niente da fare
e scusate il giro di parole
volevo solo dire
che gli androidi sono qui, adesso.
Li incontri per strada
ma anche a casa, quando torni
e se ora spegni il monitor
ne vedrai di certo un altro
nel riverbero scuro
lì, davanti a te
e penserai “Accidenti,
sembra quasi
umano”
 

 

(28 marzo 2007)

 

9 marzo (fiore di carta)

un anno fa
ricordavo di certo meglio
quella piccola odissea malinconica
ormai parcheggiata chissà dove in ciò che sono
archiviata nel fascicolo del nove marzo
dell’anno prima di un anno fa.

due anni fa.
il tempo passa e passa la paura ma
l’amore che non hai coltivato
resta per sempre acerbo
e non marcisce mai.

ricordi rimasti appesi
come episodi senza seguito,
racconti senza finale.
fiori secchi dentro a un libro
che non sono più vivi ma
sopravvivono a ogni primavera.
e la vita sboccia

e continuamente appassisce
ma i ricordi appesi non invecchiano
li osservi e ti sembrano così vicini
poi guardi il calendario e pensi
non è possibile: sembra ieri.
non ci credo, e come vola il tempo
se è già passato un anno
da quella volta che ho detto:
“un anno fa a quest’ora”

ma il tempo è qui
e ci cammina accanto
deformato dalle percezioni.
è un foglio di carta sulla sabbia
che vola solo se… solo quando
arriva una folata di vento e
ci facciamo sorprendere
distratti a ricordare
gli anni passati

perduti.


sempre varrà di più
un fiore d’acqua coltivato
germogliato, esploso, sfogliato
che un fiore di carta mai sbocciato.
ché la vita vale
solo quando è reale
anche e specialmente
se fa male.
altrimenti è un’illusione
e ciò che avevi provato
era solo confusione

 

(9 marzo 2010)

 

9 marzo (night in gale)

un anno fa a quest’ora
ero già uscito dal cinema vuoto
avevo guidato tra curve piovose
dentro a boschi di abeti scuri
spremendo gli occhi e i fari
i tergicristalli.

avevo attraversato semafori e valli
costeggiato laghi e piazze di cerchi
su e giù senza strappi né urli
come sopra un ottovolante triste
che non diverte, che non esiste

in picchiata per discese larghe e vuote
in arrampicata su tornanti erbosi
e l’orologio correva
e la radio parlava
e la cuffietta cantava
e la pioggia cadeva.

dentro un labirinto di cartelli verdi e blu
appoggiato al fianco sinistro della pista
correvo senza radar o bussola
in orbita attorno alla città
ma la rotonda girava
la strada finiva
il freno slittava
la cuffietta si preoccupava
e il giro ricominciava.

a quel punto le strade percorse erano tutte sovrapposte,
come linee rosse tracciate sull’immaginaria carta geografica:
l
unica porzione rimasta bianca era la meta che stavo evitando.
 

Passato il ponte, girata la curva
la macchinina nera si rigira su se stessa
ecco che arriva la bambina con il radiocomando rotto
si prende la macchinina esausta in braccio
e accarezzandola, la porta in salvo.

 
un anno fa a quest’ora
stavo scappando verso la riva
correndo per finta appresso alle papere
e tornando per finta a quel che credevo inevitabile
sciogliendomi tra il fumo e il luccichio dei lampioni sull’acqua
come fossi dietro al vetro rigato di condensa e di gocce
ma dalla parte sbagliata.

tutta quella strada
per scovare quell’angolo buio di terra
approdando come un naufrago, una zattera d’anima
con i pensieri di legno marcio, le parole stracciate e zuppe
quella sera io
sono quasi annegato
e anche oggi che sto sulla terraferma
oggi asciutto, posato, meno spaventato
non ho dimenticato
quell’odissea
della sera
di un anno fa.

(9 marzo 2009)