In frantumi

Certe felicità assomigliano tanto ad un salvadanaio bucato.
Continui a metterci monete e speranze.
Talvolta pensi a quando romperai il coccio e a quale dono potrai ambire.
Aspetti e sogni. Investi e sogni. Cresci e sogni.

Un giorno lo alzi e lo senti tristemente leggero. Non tintinna.
Lo scaraventi a terra per rabbia e per l’ultima, vana speranza.
Esce un po’ d’aria polverosa e tossisci.

(marzo 2008)

Annunci

Adiacenze Stazione

 

Scelgo il fiasco, no, il candelabro: tiro il dado e parto.
Alla prima occasione mi comprerò il Vicolo Corto.
Senza tante pretese e di poche spese, tutto mio.
Eh, sì: oggi una pedina del Monopoly ero io.

 
e

Le locomotive piovono sul vetro
e la pioggia suona, senza metro
la musica sferraglia sul binario
il giorno muore, senza orario:
respiro di un lumicino tetro,
visioni sonore fuori sipario.

Sotto esame

Sono le 4:38.
 
Sono sveglio, molto sveglio. Lucido, oserei persino dire.
 
Spizzico del cibo, sorseggio caffè tiepido, e intanto assumo pose fisiche e mentali così serie che mi vien da sorridere.
Da ridere, anzi. Ridendo, cade qualche briciola sulla tastiera e sul foglio degli appunti.
 
Che bravo stasera… uso internet per trovare informazioni, testi, qualsiasi cosa che sia utile allo studio.
E poi, cacchio, questo libro è pieno di citazioni di testi e autori che non conosco… rimandi filosofici e storici… figure di cui ignoravo l’esistenza.
OK, mi dico.
 
Elizabeth Eisenstein
Erica Jong
Marshall McLuhan
Pavel Florenskij
Fillia
Mathesis universalis
Aisthesis universalis
Proteus
Dictinna
 
 
Messi così fate paura (beh, quel McLuhan l’ho già sentito ma a che serve sentire se poi continui ad ignorare?). Google è il nome del prode mio alleato ed è grande, se si tratta di cavarvi fuori dalle caverne più oscure del sapere; la battaglia sarà dura, ma posso farcela.
 
E così, ricercando e appuntando tra un boccone, un sorso di caffè ormai freddo e un voluto sguardo assorto e corrucciato, mi fingo un po’ detective… insomma, non si finisce mai di giocare.
In cuffia c’è Vangelis.
Detective e cacciatore di androidi, ritiratore di replicanti, corridore sulla lama tagliente.
Mi credo (che sciocco) un po’ Deckard; come lui sono l’abitante della notte; sono colui che vive tra realtà reale e sogni sconosciuti; come lui, sono l’antieroe noir… quello che sbaglia, quello che non salverà il mondo, quello che forse finirà male alla fine della storia, quello che si sente fuori posto e che combatte il mondo che gli sta attorno, pur non avendone la forza.
 
Debole.
Debole nel mollare il buon lavoro svolto finora per gettare un occhio oltre la pagina a quadri, e dare una sbirciatina al forum per investigare su pensieri e piccole verità altrui.
 
Il companatico è finito, il pane come al solito gli è sopravvissuto di un morso.
Del caffè è rimasto solo il fondo bruno e denso dello zucchero non sciolto, buono da raccogliere con il polpastrello e da leccare.
Servirebbe un po’ d’acqua, adesso mi alzo.
 
Sono le 5:01.
 
Già sono lento di mio, figuriamoci se scrivo mentre mangio, succhio zucchero caffeinato e rileggo (ma non correggo) ogni frase appena scritta… e mentre rileggo, mi pulisco il dito, per non rendere appiccicaticcia tutta la tastiera. Sai che schifo, sennò.
 
La notte durerà ancora a lungo, ritornerò a indagare sui misteri dell’antropologia, di coloro che la insegnano, di chi ne pubblica libri a riguardo.
 
Ed io?
Giocherò ancora a fare il Blade Runner: ma non avrò bisogno di un videogame, per una volta.
 Prenderò altri appunti, farò più “copia/incolla” possibili, per creare quanti più file di testo… che vadano colmare la cartella di file ed il mio senso di colpa.
Pulirò la scrivania dalle briciole di pane, adagerò la tazzina nel lavabo e la sciacquerò prima che lo zucchero diventi cemento.
 
Insomma, è una notte come tante altre in fondo, ma nel cuore c’è un pizzico di serenità ritrovata; e tu ed io lo sappiamo che, nel bene e nel male, quello che ci lasciamo alle spalle è stato un giorno importante.
Comunque lo si veda.
 
E sono le 5:13.
Questo lunedì è ormai morto, ma andava conservato, imbalsamato insieme al suo ricordo, sebbene sia passato tanto tempo dall’ultima volta che ho scritto qui, a quest’ora.
Forse era tanto che, addirittura, di notte non pensavo proprio.
O meglio, non riflettevo.
Rifletto invece, stanotte, sebbene i riflessi siano quasi invisibili nell’oscurità.
Ma questo post è cromo opaco, è una pozzanghera torbida, è una finestra con le sbarre; riflette ciò a cui rifletto in malo modo, ma voglio io che sia così.
Tu puoi vederne l’immagine che ci ho proiettato sopra, e tenerla tutta per te.
Dolce o amara che sia, conservala e riguardala sincera, senza mentire a te stessa.
Quell’immagine siamo noi, spetterà a noi raccontarci che cosa ci vediamo dentro.

Pagine arricciate

Le lacrime sono una spaventosa, meravigliosa lente d’ingrandimento.
Una lente così potente da far apparire tutto troppo vicino, e illeggibile.
La visuale si amplifica e si confonde ad un tempo.

È tremendamente bello e difficile leggerci un libro.
Ma poi le pagine si inumidiscono e rimane quella fastidiosa, patetica grinza
al posto della goccia.
Il controllore, con tempismo orribile, mi chiede il biglietto proprio nel momento
in cui sono totalmente nudo.
Sconvolto,
coi nervi scoperti,
non copro gli occhi
ma il testo.

Il vero pudore appartiene al pensiero, non al corpo.

 

(gennaio 2008, leggendo… una cosa.)

Motel Psiche. * Treno nel parco.

Nudo
così mi son sentito questo pomeriggio.
Sembrava tu vedessi tutto, anche e soprattutto le cose non belle.
 
Ma tu non giudichi: prendi atto.
E se hai un’opinione scomoda, hai la delicatezza di farla intravvedere
ma di non esplicarla crudamente.
O forse sono io che, accecato dal sole e dalla dolciastra follia del pomeriggio
non ho veduto bene negli spiragli che, volutamente o meno, mi mostravi?
 
Non so.
Non so nemmeno quanto noioso io sia riuscito ad essere.
Magari per niente.
 
Però ti devo ringraziare.
Tu non stracci i vestiti di dosso.
Tu chiedi il permesso di sbottonare, sfili gli abiti e, infine, li rendi lavati e stirati.
E quanto terrore avessi, è incredibile quanto sia riuscito a sentirmi sereno, dopo.
È stato utile, mi è piaciuto spogliarmi davanti a te.
 
È evidente che io usi metafore per aiutarmi a spiegare.
Sono uomo nudo in questo post, ma avrei potuto essere libro aperto.
Ma la difficoltà di spiegare sarebbe stata la medesima.
È che non so bene cosa scrivere, ma sentivo la necessità di farlo prima possibile.
 
Domani forse riderò di queste poche righe incomprensibili… insensate? Può darsi.
Adesso non riesco neanche a stabilirlo, un senso.
Per il momento mi godo il ricordo di questa bella giornata, e vado a letto con un sorriso che mi accompagnerà attraverso sogni stravaganti, o dolci, o entrambe le cose insieme, proprio come il nostro pomeriggio.
 

 

*
 
Una banchina vuota
incapace di tenere compagnia
e di farci coraggio
una mano rigida e timida
che non so ancora come sciogliere
metropolitane afone
occhi rumorosi
poi il sole
che trasforma il ghiaccio in acqua da bere
che conserverai in una bottiglia
fino alla tua ripartenza
quando la berrai
ignara del mio sguardo inopportuno.
 
Ma prima vennero
ascensori troppo lenti
e vuoti
bambini troppo adulti
e divertenti
caffè troppo brevi
e zuccherati
(la bustina era grande
o forse era la mia bocca?)
e vennero
treni senza passeggeri
e due biglietti impossibili da comprare
e acque
piene di riflessi dorati
di pennuti buffi
di pesci brutti come squali
di uccelli belli come cuccioli
di anatre eleganti
di isole che non ci sono
di alberi in mimetica
di granturco vermiglio fluorescente
che triste giace sul fondale
di un laghetto trafficato
senza targhe alterne
dove il cane con tre zampe
si sentirebbe ben accetto.
 
Poi il resto
ma è troppo
stasera rimarrà questo
e quella pellicola che brama
di ricordarci
un pomeriggio assolato
di cui ancora
non so fare il ritratto.
 
Vorrei anche dipingere
la fetta del tempo
che hai portato in dono
ma non ci sta nel foglio, e poi
non ho comprato il color oro.
 
Oro
Lo cercherò nei sogni
in cui vado ad avventurarmi
o forse basterà spremerlo
dal sole di questa memoria
o dal tuo sorriso di miele amaro
o dal tuo sguardo sincero
non è oro nero
verde, sì,
ma non come petrolio
bensì verde come quelle acque
quei giardini,
e aureo
come il tuo animo sensibile
che non so racchiudere
in questi versi sballati
che combattono col sonno
che mi sta vincendo
ma che ha già perso
contro il pensiero
di questa giornata
dorata
forse
mai finita
o forse
solo immaginata
 
 

(4 febbraio 2005)