Cosa mi sfugge. *Statua di sale. **Lifeline.

Sapete cosa mi sfugge? Il tempo.
Non mi riferisco all’eterno dilemma del tempo che scorre dall’esistenza, scivola da mani e occhi, gronda dalle nostre giornate sui nostri ricordi, gonfiandoli; come lacqua la schiuma. (ecco perché poi rimane solo la memoria: a volte soffice e impalpabile, a volte ingombrante, soffocante)
No, è il tempo altrui a sfuggire alla mia comprensione.
 
Come fate, Voi?
Voi che
vi incontrate
vi associate
vi scambiate messaggi, e oggetti, e persone
organizzate incontri
ballate balli
studiate, lavorate, aiutate
amate animali, e curate
amate umani, e seguite
odiate umani, e ferite.
Vedete cose
desiderate cose
comprate cose
mangiate cose
bevete una cosa
nel sangue avete… cosa?
E ancora tempo avete
per ascoltare mille melodie che non conosco
leggere mille libri, nemmeno la recensione ne ho letto
vedere mille film, nemmeno il tempo per procurarmeli avrei
e
scrivete fotografate
disegnate dipingete
insomma, create:
un atto che affermo in giro di fare
che vorrei fortissimamente fare
che in qualche sua applicazione, mi dico, so fare
ma che poi molto meno di altri riesco
a mettere in pratica, quotidianamente.
E invece voi mi rubate il mestiere
mentre io, pensandoci, mi rubo il tempo
e rimugino, e rimando ancora
come si rimanda un appuntamento importante
perché c’è la paura di arrivare impreparati
perché in fondo non si è mai pronti;
così facendo non mi butto mai,
così facendo mi butto via.
E resto indietro,
annaspo.
 

*

Me pigro
dalla realtà avulso
inerte apatico ignavo
me immoto
incastonato nelle solite cose
quello che faccio
quello che dico
non è che un’eco del giorno prima
del mese prima
dell’anno prima.
Mi riempio testa e cuore di promesse che poi non mantengo.
Non potendo poi farmi da me stesso lasciare, devo per forza giustificarmi
ingannarmi, tenermi buono, coglionarmi.
Allora penso che al mondo ci siano due categorie di persone:
gli attori
e gli spettatori.

Quindi mi dico: tu sei nato per assistere allo spettacolo
guardati, con la bocca socchiusa
la lingua fra i denti
lo sguardo incantato
talvolta annoiato, sì
ma ancora capace di restare ammirato
di provare stupore
di fermarti ad assaporare le cose che puoi
avaro di cose da dare ma devoto verso coloro da cui hai ricevuto
come oggi. Riemergo dalla metropolitana
una luce calma e tiepida si posa sulla coda del mio occhio sinistro
giro la testa
il cielo è un camino: grigio fumo le nuvole, sopra
scendono verso l’orizzonte diventando chiare come la cenere
un lembo tra loro e la terra
un’apertura in cui si intravvedono le brillanti braci del crepuscolo.
Su questo fondale quieto si stagliano le sagome nere dei rami nudi di foglie,
alberi già diventati carbone.
Il focolare del pomeriggio non scalda più l’aria, che pietosa non infierisce
fa breccia nella cerniera dischiusa
la sento pizzicare
mi si tuffa dentro, da sopra lo sterno
ma è frizzante come quella che mi bacia le guance
e la panchina laggiù sarà anche sola e gelida, però
l’inverno non è affatto male, certi giorni
e mi sorprendo ancora con quell’espressione inebetita
e per essa e ad essa
sono grato.
 
Questo è un dono. Con questo io non sto cercando di dirvi che io abbia un particolare talento nel saper apprezzare le cose, ma
c’è un corredo che la natura ci ha donato alla nascita:
è il nostro debito
e in cuor nostro sentiamo che il peccato originale sia in realtà lo spreco di questa dote
ecco perché ci diamo da fare
come quando proviamo a dimostrare a noi stessi che valiamo qualcosa
e ci promettiamo che la nostra vita non sarà un insuccesso.
Poi ci sono i regali che il mondo ci offre
come un cielo un sorriso una risata un
amore.
Il mio dono di oggi non era bravura, era solo una sensazione.
È giusto accontentarsi?
Forse sì, certe volte.
Rifiutiamo perle che il caso ci porge
non scartiamo certi regali solo perché non sono quelli che stavamo cercando.
Rischiamo di non accorgerci neanche di essi
forse perché troppo impegnati a correre,
a cercare di mantenere quella promessa.
Poi?
Magari finisce il fiato
la milza dolorante
l’aria gelida schiaccia i polmoni
la corsa rallenta
quindi ti fermi
la lingua penzoloni
curvo su te stesso
le mani sulle ginocchia
e pensi:
Ne sarà valsa la pena?
Tutta questa fatica, ma dovè che dovevo arrivare?
Magari non te lo ricordi neanche più.
Avremo fatto abbastanza?
E se anche fosse, saremo in grado di realizzarlo?
Realizzare qualcosa nella vita
per realizzare sé stessi
una possibilità che potrebbe anche stimolarmi
ma che se diventa una necessità può terrorizzarmi
ovvero farmi venir voglia di scappare dall’ennesimo obbligo
l’ennesima assenza di ogni senso, ogni desiderio.
 
Viviamo schiavi di quest’ottica del cammino
della vita come progetto
del suo senso posto per lungo, verso un traguardo da raggiungere.
Ma siamo sicuri abbia un verso, una direzione?
La vita mortale percepita come se in movimento
una visione dell’esistenza che condiziona il nostro modo di viverla
come quando, appunto, crediamo che il tempo sia qualcosa che ci sfugge
e crediamo sia nostro dovere rincorrerlo.
Ma come potremmo mai raggiungerlo?
Non siamo in grado di tenere il suo passo, anzi,
pare così veloce che, al suo cospetto, ci sentiamo fermi;
oppure non saremmo in grado di comprenderlo
se il suo passo stesso non fosse come il nostro
ma, per assurdo, fosse il nostro.
Che cosa cambia? Siamo stupidi e incompetenti
o quantomeno, più semplicemente
siamo privi di strumenti.

Come quando diciamo di sentire il peso dell’esistenza:
l’esistenza come un corpo che si può, si deve misurare.
Questa stolta necessità di calcolare
questa moda di definire tutti i numeri del creato, e mi chiedo:
che non siano proprio questi valori che all’esistenza applichiamo a zavorrarla,
a creare la suggestione di questa forza che pare tirarci l’anima verso il basso?
Sembra tirar così forte a volte, e con violenza
e se ci prende nel giorno sbagliato
inermi, siamo tentati di non opporre resistenza
di
lasciarci andare
con un tonfo
un masso nell’acqua.
 

**

Mi sentivo così stanco all’inizio di questo mio pensiero
adesso anche di più.
Nel patetico tentativo di trovare una scusa nuova,
ho trovato qualcosa su cui meditare.
Continuo ad ammirare voi, un poco geloso probabilmente
nel credervi – a ragione o torto – così industriosi
mentre io,
che per adesso mi tengo questa vita stritolata fra molteplici unità di misura,
viaggio lento.
Io sono un tale
il tale che troverete sul tram addormentato,
con la testa ciondolante, o la guancia contro il vetro;
sarò quello che si guarda la punta delle scarpe mentre cammina
quello dotato sì di due mani, ma solo con un guanto;
quello che sorprenderete col naso all’insù
forse starò fissando un manifesto
o la cima di un palazzo, o qualcosa che
sta in cima alla mia mente soltanto.
Io sarò quello che intralcerà il vostro marciapiede
perché capita che io mi fermi di colpo a cercare chissà cosa nella borsa
oppure che io mi areni davanti ai tornelli del metrò
in cerca di un biglietto che non trovo
che non
c’è.
Sarò quel tale solo-solo che si aggira per le vie della città
che sorride senza un motivo apparente e non fa nulla per dissimularlo
quello cui difficilmente squillerà il telefono nella tasca
e sarà ancor più strano se questo tale incontrerà qualcuno
un conoscente qualsiasi cui chiedere “come va, tutto bene?”;
quello di cui quindi raramente sentirete la voce;
quello che probabilmente nemmeno noterete
sempre che non dobbiate dirmi:
“scusi, permesso”
o “e levati dai coglioni”.
Io vi sentirò
mi sposterò
vi guarderò
e immaginerò
mi gusterò quest’idea che già adesso ho
ossia di aver incrociato proprio voi
cioè uno chiunque fra coloro che abbiano letto questo mio messaggio;
magari proprio tu
che mentre leggi, pensi:
magari proprio io.
Capito, che razza di presunzione?
È in questo genere di pensieri che amo specchiarmi
ahahah
presunzione, amo specchiarmi
sono le mie stesse parole a tradirmi
a tradire il mio narcisismo (per sua definizione contorto, perché deformante)
quindi a suggerirmi che, dietro alle maschere, io sia in fondo uno che si compiace
come per quella trovata di reinventarmi spettatore non pagante,
scelta più appagante, di certo più confortevole e magari più vigliacca

di quella di chi si ritaglia un ruolo da comprimario sul palcoscenico.

Credo di essere così acuto, ma mi viene il sospetto che io sia bravo
solo o soprattutto quando devo trovare giustificazioni per la mia accidia:
come ora, stanotte, in queste righe.
Ancora mi fisso le scarpe
ancora alzo la testa verso il cielo
un’altra richiesta di farmi da parte
e mentre i neuroni la traducono per i muscoli
mi aggrappo a un’idea che mi porti ad immaginare
quale sarà il prossimo omaggio del caso,
dietro a quale angolo, svoltando
potrò assistere a una nuova delizia inaspettata.
Mi scosto, e nel far passare il mio inseguitore
abbasso la guardia.
Il
mio senso d’inadeguatezza incalza.
M’inchiodano al muro i pensieri sulle troppe cose da fare
sugli impegni che mai rispetterò
sulle burocrazie invincibili
le occasioni perse e le occasioni che non mi sono creato
quelle che non riuscirò a strappare
i rimpianti, passati e futuri
ed altri cazzotti tremendi.
Alle
corde.
Qualcosa
mi spinge o mi tira
mi butta giù.
Eccolo, strattona forte.

Al tappeto, mento a terra
ancora più a fondo, sotto la linea di galleggiamento
il
masso nell’acqua.
La consapevolezza di una vita in cui non si debba per forza essere speciali
il mio boccaglio nuovo di zecca.
Non varrà molto, ma adesso n
on importa.
Prendo una profonda boccata di ossigeno e torno a galla, lentamente.  

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4 thoughts on “Cosa mi sfugge. *Statua di sale. **Lifeline.

  1. Inganna il tempo che non ti da tempo,
    prendilo in giro, sciogli le briglie allo spazio e libera la relatività.

    24 h possono sembrare troppe o troppo poche a seconda dello spazio in cui ti trovi e se sono strette puoi sempre imprigionarle nelle tue righe.

    L'hai scritto, avere un dono/presunzione, che differenza fa se riescono a farti cogliere l'ironia sottile tra vedere e guardare?

  2. In realtà tutta questa velocità ci spinge lontano
    con forza centrifuga
    verso il difficile dilemma
    che ci è dato incontrare.
    A forma di immagine
    disegno antico
    che riconosciamo da fermi
    e con inusitato dolore
    scegliamo di far accadere.

    Sogni d'oro.

  3. Annaspo anche io spesso, però ci sono questi momenti invernali, in cui ti guardi attorno e (nonostante il freddo che ti entra nelle ossa) vedi la brina che ricopre tutto quanto.
    Quando si annaspa a volte basta guardarsi intorno per ritrovare l'ossigeno di cui si aveva bisogno.
    Bellissimo/i post.

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