Tundra

Vivere d’inverno è sopravvivere
cioè resistere al freddo umido della pianura
che diventa nebbia fitta o brina
o dolore nelle ossa, anche se giovani.

Sopravvivere è proteggersi
ovvero nascondersi nella fodera di un cappotto
o sotto la buccia delle arance
dietro al lembo di una fotografia estiva
dentro a una una tazza di vapore profumato di aromi
come un cerchio di lago termale per lillipuziani o gnomi
una doccia di tisana che piove da una bocca di roccia.

Intanto soffia il vento e infreddolito uno ritorna
a rintanarsi nel luogo più comune, la solita casa ovvero
un riquadro di parole evidenziate su un giornale di tanti anni fa.
L’aria si scalda attraversando i soliti termosifoni
l’acqua si scalda sulle solite, consumate fiammelle domestiche
sotto, il caffè bruciato delle sette ancora da scrostare.
E si tornano a frequentare le solite vitamine
così come i soliti pensieri ovvero le ossessioni.
La notte finisce e ritorna la domenica
con la sua alba di foschia o rugiada
che forse domani tornano il grigio e l’inverno
e nella notte si torna a osservare la neve, dietro la tenda
mentre pile di cristalli ricoprono le automobili parcheggiate mentre
dentro a queste la luce sparisce senza svanire, strana oscurità nel bianco.
Mausolei diventano i soliti abitacoli, che di solito guardi distratto mentre, statici
si stagliano su sfondi di paesaggi che mutano scorrendo veloci,
oltre il vetro,
sfocàti.

Ogni singola traccia nella neve
ogni singolo tergicristallo sepolto
ogni singolo cartello o ramo senza foglie
ogni singolo fotogramma sfiorato con lo sguardo
ogni singolo anello di ceramica poggiato nel lavandino
ogni singolo centilitro d’acqua ghiacciata
ogni singolo filo di lana intrecciato
ogni singolo frutto nel cestino
ogni singola parete di casa
ognuna di queste frasi
non è che una
delle solite cose
uno dei soliti luoghi
già visti raccontati e rivisti
in cui si torna per rifugiarcisi ancora
d’inverno. un luogo ben conosciuto,
giustamente poco frequentato,
eppure… sempre meno frequentato
tanto da apparire svuotato, dimenticato.
Quest’inverno, voi, rincasereste in un luogo così?
Non i muri e non le stoviglie
non le sciarpe o le altre cose
ma soprattutto, non le persone
insomma: nessuno rispose.

le due e i ventinove
cioè quasi i trenta
si è fatto tardi
un lampo

(è già passato un anno)

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5 thoughts on “Tundra

  1. No, solo la ragione. Quell'altro, che non nomino per pudore, o c'è o non c'è. Il mio non c'è: l'ho perso chissà quando. E chissà adesso dove abita. La mia dannazione non è completa solo perché ricordo ancora bene il tempo in cui ce l'avevo; e provo a proteggerne il ricordo anche con cose come questo blog, che mi racconta di me. Forse non è nemmeno lontano; forse è proprio qui, sepolto vivo in qualche mia profondità. E lo cerco anche così, con le parole che scavano la superficie rievocando i sotterranei pensieri di ieri.

  2. perduto dentro a qualche annuncio immobiliare
    su uno schermo impossibile da cerchiare
    con la biro, mentre la carta da rimarcare
    si lascia digerire dentro a pance plastificate
    o cestini, tra altre pagine di copertine patinate
    e di giornali stropicciati, avanzi di notizie mai date
    o in mezzo ad altre carcasse di raccolte indifferenziate
    indifferenti, confondibili usa&getta, come le bugie stampate.

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