Too late

Forse c’è stato un tempo in cui siamo stati anche noi una nazione bambina, ingenua e spensierata.
 
Ma gli anni passano. Muore una repubblica vecchia e malata, muore nello stesso modo in cui svanisce un’infanzia: da un giorno all’altro, inevitabilmente.
 
Gli anni sono passati. Adesso cosa siamo? Un paese adolescente ed isterico che, come tale, si sente grande ed indipendente e che poi, invece, si lascia confondere da una sola coscia nuda.
 
Forse ci hanno lasciati troppo liberi. Siamo annegati nel blu dei puffi, quasi che fosse il mare degli snorky; ci siamo strafatti con le spirali psichedeliche di mille girelle; siamo affogati nel latte caldo col cioccolato sprint; abbiamo sniffato troppo di quell’aroma di frutta chimica del didò. Ci siamo smarriti in vicoli stretti e labirinti imprevisti e parchi della vittoria. Ci siamo addormentati su panchine di mattoncini marroni ai lati di incroci grigi con le strisce bianche attraversate da pedoni tutti gialli e sorridenti. Siamo quindi rimasti prigionieri in castelli con i teschi e le trappole o rimasti naufraghi su isole con le palle di fuoco ed i ponti di legno traballanti. E forse siamo davvero rimasti chiusi in quelle scatole di giochi grandi come le piazze d’estate, sotto ai coperchi impolverati con le enormi scritte fantasiose e le finestrelle di cellophane, finestrelle di cucinine e case in miniatura attraverso cui osservare pomeriggi infiniti, passaggi di nuvole e di sogni tanto belli da svegliarti la notte. Sogni pieni di terra, sepolti nei nascondigli segreti, o custoditi come tesori in bauli verdi con i ganci di ottone. Sogni che sparano senza ferire, che corrono senza andare a sbattere. Sogni appoggiati sugli scaffali più alti, infilati nella pance delle edicole di paese. Paesi in fondo alle province, quartieri e scuole e giardinetti in quell’Italia che non c’è più, e che forse non c’è mai stata, ma che pure un tempo sapeva essere disonesta con un po’ di fanciullesco pudore.

Forse sono questi ricordi che, come bambini, si inventano bugie colorate che strappano un sorriso. O forse dovrei parlare di Memoria, che è donna come una mamma e che per questo, di fronte alle mie paure, prova a semplificare la realtà per calmarmi, per cullarmi con una favola di animali buffi che parlano, forse mangiano pane con il miele, goccia d’ambra che cade silenziosa nella tazza del mio sonno di camomilla. Chiudo gli occhi, e sospiro.

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