Le solite stronzate

Effettivamente sì
i pensieri notturni non sono mancati
ma sarebbe come a dire che non mi sono scordato di respirare
giusto?
Paura ne ho avuta
ma sarebbe come a dire che non sono diventato una quercia
(aspetta
ma siamo sicuri che gli alberi non abbiano paura
chessò
di un fulmine che li squarci in due?)
Banalità, come queste stronzate che penso, poi scrivo
vuote come questa moda di girare intorno alle cose senza spiegarle
stupide che come questa paura che ho avuto di perdermi (perdermi?) in un server
e di non ritrovare più tutte quelle parole che costituiscono la carne del me virtuale
o forse non è una cosa stupida, ma è lo stesso, adesso non ho voglia di raccontarla
né di spiegare il come, il quanto, il perché
con altre parole che un giorno potrei smarrire
e che sicuramente perderò, ma
adesso
ho solo in testa un giro di pianoforte di una canzone
non ricordo neanche quale
poi un’immagine
di questa luna a metà, crescente
ho pensato a una moneta di carbone che viene intinta lentamente nell’argento
questa, e un’altra metafora che non ricordo buona per la luna calante
le volevo usare per una poesia
o altra simile porcheria
o forse per un bel post di quelli che a volte vi piacciono
ma non è questo
e le metafore suonano un po’ forzate stanotte
e non è che abbia tante cose da dire, stanotte
o forse
sono come la bocca di quel Piero
ed ho le mani che stringono parole
troppo gelate per sciogliersi alla luna
o alla lampadina
“ancora metafore?” – uno si domanda
e invece no
sto davvero scrivendo con i guanti tagliati
braccato da questo freddo che mi circonda la casa
e che mi aspetta al varco, domattina presto
e forse mi attende negli incubi
scuro e pauroso e malefico
e il mio inferno è senz’altro senza fuoco
è semmai come una landa brulla e dimenticata nell’inverno
proprio come quella campagna che prima scorsi dal finestrino
dentro il pullman serale del ritorno
e in fondo a un campo nero vidi me, dannato
con i piedi che sprofondavano nel fango immondo
e ghiacciato
e la terra bruna e la notte senza luna
a rendere quell’inferno più buio del baratro più profondo
a fare di me un dannato errabondo e solo
perduto e assiderato
senza nemmeno un sottile filo di fumo da seguire
né la piccola luce di una casa lontana
puntino giallo ingoiato da un’orizzonte di nebbia
un velo gonfio e opaco e bianco, così nero
così spento,
no
sono cieco
se nemmeno vedo più l’arco d’argento.

Oh
che tono severo
per sdrammatizzare dovrei dire “cazzo, che incubo”
penso tuttavia che opterò per un “ciao a tutti, e buonanotte”
metterò un punto in un punto a caso
e incarterò il post per consegnarlo a questa sorta di archivio
(sì, gli scaffali hanno traballato, ma mi fido)
e nel frattempo ho ancora quel giro di piano in mente
mi sa che è una canzone di Bersani
e – cazzo! – mi si son scaldate le mani
e, giuro, non è un artificio per dar ritmo al testo
ma fa lo stesso, non cambia niente
è troppo tardi per cominciare a scrivere
così tardi che ormai è già presto.

Ah già.
Ciaoatuttiebuona
beh, notte.

(12 dicembre 2005)

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