Domani, passato anteriore

Oggi, come certe domeniche di una quindicina d’anni fa. Imploso.

A casa, girando a vuoto come un pesce nella boccia. Paralizzato dall’accidia, sordo al richiamo dei compiti da fare, ma pronto a lasciarmi sedurre da qualsiasi inutile distrazione. Il tardivo bilancio della sera mi dice che sono sciocco, colpevolmente pigro. Ho preferito lasciarmi schiacciare dalla noia prima, e dalla coscienza poi, anziché fare qualcosa di utile. Magari di necessario, come pensare a procurarmi un buon alibi.

Domani è lunedì. Mi dovrò alzare presto, così presto, e l’autobus non mi aspetterà. Come un mezzofondista correrò nell’alba, inseguendo il fantasma dell’implacabile bruco azzurro. Già mi pare di vederlo, nella mia paura: si stacca dalla pensilina prima che io riesca ad attraversare, vivo, l’incrocio. Corro ansimante, con corpo e respiro scoordinati, facendo quindi il doppio della fatica. La bocca spalancata e la sciarpa annodata male che lasciano entrare l’aria gelida e dolorosa delle sette. La borsa a tracolla che sbatte a ogni passo sul fianco sinistro; il braccio destro che, cingendo la pesante cartella di verde cartone rigido, non può remare nell'aria assieme al suo compagno. Esplode il cuore, si spaccano i denti e si sfaldano le ginocchia mie. Salgo mentre le porte hanno cominciato a chiudersi, allungando la testa in avanti e gettando il piede sulla pedana come fosse uno sprint al fotofinish tra me e la cattiva sorte.

Non è finita, la corsa. Ora tocca a te farmi arrivare in orario, vecchia scatola di lamiera che non sei altro. Portami in quella città, scorbutico torpedone a gasolio, in quell’edificio grigio che imparerò ad amare solo l’anno prossimo. Fammi arrivare là, dove mi attende una verifica di chimica che non vorrei verificare e che precede una consegna di tavole che non ho saputo nemmeno incominciare.

Oh… avrei tanta voglia di restare a letto, stamattina.
Suona la sveglia accanto al mio orecchio sordo; sono ancora un adolescente pieno di lamenti e speranze e contraddizioni. Come mi sento? Bene, purtroppo. Io vorrei, ma di febbre non ne ho mai… e so già che, se alla fine l’influenza arriverà, mi farà certo pentire di averla desiderata. E nel ronzio del dormiveglia, mentre sogno colonnine di mercurio impazzite, trilla ancora la sveglia. Provo a schiudere le palpebre incollate: una luce fredda e biancastra filtra dai piccoli buchi della tapparella. Con grande fatica esco dalle coperte, finalmente mi alzo, e con le braccia incrociate sul petto e le gambe tremolanti cammino verso la finestra. Sbircio fuori: una corazza splendente si è posata su lampioni e ringhiere e fili d’erba. Muore l’illusione: è soltanto brina, rugiada dicembrina. Già, siamo alla fine del 1994, e da qualche anno la neve sembra aver perso la voglia di cadere in questa pianura. E se anche cadrà, sarà sempre maledettamente troppo poca per una scusa, o un giorno di vacanza. Troppo poca per un ricordo, ché mi toccherà aspettare un paio d’anni ancora per una battaglia di palle di neve in un intervallo lunghissimo, nel cortile della scuola, quando un alone chiaro ed una eco di risate riempiranno l’aria. Quell’aria luminosa e vociante che si imprimerà profonda, in questa memoria che non mi lascia dormire, e che mi fa svegliare ora, così tardi, sempre troppo tardi.

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