Lo specchio rotto

un fine settimana che sento già suonare: triste
una giornata in barca – uno dei due fari è annegato
la sera morta in fondo alla pinta di birra dorata. vuota.

mi alzo come l’occhio che sceglie un taglio diverso per l’inquadratura
il mirino pronto a planare sui campi, osservando tra gli alberi, fino all’orizzonte
nelle orecchie una colonna sonora bassa e dura, da farmi sanguinare i timpani
l’eco grave delle meschinità delle persone che parlano di cose che ignorano
più altre microbiche ingiustizie assortite che mi fan venire il mal di gola
e non ne vale la pena, mi dico, anche se mi da fastidio mandar giù.
ma nei miei occhi riposa l’eleganza di Seurat
brilla il suo lampione ad olio spento, fatto di niente;
sfavilla l’energia del Caffè di Notte di Van Gogh
e divento pazzo, esplodendo di sangue rosso come le pareti;
riluce il colore placido delle acque marine di Signac,
e ormai immagino anche me diviso in minuscole tessere di mosaico.
un cipresso dipinto con tocchi di colore puro si erge nella foschia notturna.

dentro alla macchina la radio suona e piove e canta e piange più di così
la lieve serenità, agile ed elegante, i Roxy Music di More Than This;
l’allegria inaspettata e dirompente, woo-hoo!, i Blur di Song 2.
placido, il volume della radio ora va giù
dorme il motore dietro al faro morto
io un poco più vivo di esso
pronto a spirare, divorato da letto
in testa il rumore dei progetti e la luce
del Pointillisme, le tinte pure della mia disfatta
l’odore della pioggia e della gommina dei tergicristalli, cotta
le fotografie che frusciano come le foglie in bianco e nero
del loro grigio autunnale si tinge un onirico inferno
dove sono condannato ad un eterno inverno.

apro la portiera e
cado nella strada
rotolo per la scala
scivolo dentro casa
precipito dentro me stesso
sprofondando in questo bisogno di
scrivere un momento – o cedere allo svenimento?
a tenermi sveglio il pensiero di un mondo fuori che è ancora sveglio
in cui le persone furbe, più sveglie di me, fingono e ridono e si sentono furbe
e senza contraddittorio si reinventano giuste, nella loro eterna estate
mentre più lontane, con gli occhi più gonfi di sonno e di pianto
le persone buone sfioriscono nella loro primavera tardiva
e si seccano e arrugginiscono, poi cadono
sono per terra. stanno male.
ed io?
eccomi lì, nel dipinto dei prossimi giorni
nero livido e dormiente ma
pronto a svegliarmi
ben riposato per essere pronto
con il coltello in mano e il sorriso in volto
pronto a ferire a morte chi non è stato mai cattivo
pronto a far piangere il volto che riflette
questa mia riflessione
questo fine settimana
e questo dolore violento.
e così cerco rifugio nella pittura
e nelle eco e nel sonno
e nei sensi e nelle recriminazioni
ma in mille riflessi di frammenti di specchi
vedo l’unico volto che mi fa rabbia
ed è quello mio.

non ha ricominciato a diluviare, eppure
si sente ancora gocciolare.
sono il mio pietismo e i miei sensi di colpa
le molte ipocrisie rimaste mute
che colano via e inzuppano la notte e le sue parole
che andranno perdute o moltiplicate
confuse dal caleidoscopio psichedelico di queste giornate
come le date scarabocchiate o incise, tatuate
che rimarranno impresse sul calendario di questo fine settimana
che mentre scrivevo ha incominciato, triste, a suonare.

(2009, un fine settimana di ottobre)

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