Un lino ormai liso

Fine di un giorno brutto.
Grigio e caldo e umido, clima malsano e terra che piove.
La macchina che prova a soffocarmi e Kurt Cobain che prova a rianimarmi.
Mi tuffo dentro casa con un’arsura da elefante
e una gran voglia di svenire sulla porta di ingresso.
Mi scollo a fatica i vestiti di dosso.
Poi ceno, vorace; energie finite.

Rinvenuto dal sonno mi trascino a fatica davanti alla televisione.
Mi faccio cullare dal telefono. Mi fa così bene che mi sveglio.
Scendo in macchina, ho dimenticato una cosa.
Accidenti che notte.
Fresca, calma, silenziosa… luccicante.
I lampioni sono pallidi e fiacchi al cospetto della luna di stanotte.

Ci sono notti in cui la luna è tanto grande e luminosa da non sembrare poi tanto lontana. Vorrei toccarti, luna… se solo avessi le braccia un po’ più lunghe! Le nuvole scorrono placide nell’oscurità, poi passano davanti alla luna e sembrano accelerare, come se incendiate dalla luce, come se attraversate da un brivido appena tiepido, come se rispettose del mio sguardo rivolto in quel punto.
Nel frattempo mi viene da pensare che oggi è l’ultimo giorno di questa estate. Oggi la luna è piena, poi da domani comincia a calare. E così ogni notte diviene meno luminosa della precedente, le piogge aumentano e il sole comincia ad ammalarsi. Forse oggi è l’ultimo giorno dell’anno in cui me ne sto ad ammirare una notte che sembra giorno. Nei prossimi mesi, luna, sarai nascosta dietro nubi più grandi e scure e scortesi, sorde cioè al mio invito a farsi da parte. Ci saranno poi notti in cui sarai ancora brillante, rotonda e bellissima, ma io avrò troppo freddo per uscire a cercarti. Già mi vedo mentre alzo la tapparella, appoggio la fronte al vetro e ti cerco in qualche angolo di cielo. Magari ti trovo, ma poi la terra gira in fretta e in un attimo tu non ci sei già più.

Per questo quella che si appresta ora a morire è, probabilmente, l’ultima vera notte d’estate.
Un’estate per me avara e generosa insieme. Stancante, ma anche humus per energie nuove. Come sempre, una stagione che amo profondamente… ma dalla quale forse non sono corrisposto. Mi prende in giro, proprio come in un amore sbagliato e non reciproco. Mi inonda di idee e sentimenti, ma mi toglie il tempo per poterli dimostrare o almeno raccontare. Mi regala pomeriggi caldi e gonfi di vento, temporali rinfrescanti ed elettrici, e sere tanto fresche da starsene a guardare le stelle sotto le coperte… ma faccio fatica a scartare il dono. Come in un sogno, quando hai le mani troppo deboli e lente e non riesci ad afferrare o a manipolare alcunché. Ti senti legato, impotente, inutile. E guardi la scena da lontano, come uno spettatore estraneo… e così quei pomeriggi, che scorrono fuori mentre io, dentro ad un ufficio, quasi non mi accorgo di loro; a volte li ammiro attraverso un parabrezza, solo in una tangenziale bloccata. E quelle sere, che fuori cantano, mentre io dentro al letto non riesco nemmeno a sognarle.

Sono proprio bravo a fare la vittima: questo è un fatto. Infatti fingo di non ricordare e non racconto le occasioni perse, gli appuntamenti con queste estati che ho pigramente, scioccamente rimandato.
Rimandato a quando?
Magari ho sbagliato del tutto e ho rivoltato la realtà perché mi faceva comodo.
Magari è l’estate che ama me e sono io quello incapace di ricambiarla.
Penso a questo giugno e ai primissimi giorni di luglio. E ancora qualche giorno agostano qua e là.

Che estate orgogliosa è stata.
La banalità tele-giornalistica che titolava “EMERGENZA SICCITÀ”… ed ecco che gli acquazzoni battevano le rotatorie in velocità. No, lo strillone non può vendere notizie felici. Ecco allora il nuovo tema, scritto con caratteri di cubitale allarmismo: “SERISSIMA PREOCCUPAZIONE PER L’AGRICOLTURA A CAUSA DELLE FORTI PRECIPITAZIONI”.... nessun problema, ecco a voi tranquille giornate di sole caldo e secco.
Cosa volere di più?
Sei stata grande quest’anno, cara estate. Grande come solo la natura può essere.
Io mi sento piccolo, e ogni tanto lo sono davvero. Piccolo come solo un uomo sa essere.
Certo, io mi limito a fare i capricci. Ce ne sono purtroppo altri ben più uomini di me che hanno stuprato il ricordo che avrò di questa estate… morti assassinati per vendette da due soldi, stupri di corpi ed anime, come gli incendi dolosi che violentano i boschi e le foreste; e altri morti ammazzati sulle strade, i soliti vomitevoli scenari politici, il sangue infinito del Medio Oriente. E moltissimo altro orrore ancora.

Ripenso allora a come è iniziata, all’estremità opposta di questo periodo.
C’è un pensiero di quei giorni che non ho mai terminato di scrivere…

Maggio è il mese in cui giungono i primi ambasciatori dell’estate. Ce ne sono molti, sia di visibili che di invisibili: alcuni, scorrettamente, non rispettano la loro missione… e portano pena. Anche il caldo umido, come ogni anno, porta con sé qualche pena e un modo nuovo di percepire il corpo. La mente sente il corpo diverso e si modifica a sua volta, sembra dilatarsi […]
La prima afa. Le prime candele alla citronella: allungheranno un pochino il percorso delle zanzare che verranno a cercarmi. Le prime notte pulsanti, le prime ciliegie. La fronte sudata, le mani immobili e roventi. Le cicale hanno ufficialmente aperto la stagione duemilasette con un concerto. Ora tocca ai grilli. Sembrano stanchi i primi grilli, il loro canto è insolitamente flebile. Sembrano tristi. Noi come alcuni di loro: bambini che cantano e saltano in un prato. Poi, quasi senza accorgercene, ci ritroviamo adulti. La vita ci prende per il collo, ci strattona via dal nostro fresco filo d'erba, infine ci sbatte nell’olio bollente di una padella di un qualche bistrot del Sud-Est asiatico. Sulle strade fantasmi di lamiera incandescente trascinano dentro di sé persone ora fritte, ora fumanti, comunque morte. Siamo in orbita attorno alle città come insetti intorno alle lampadine. Brulichiamo carbonizzati ora sull’asfalto, ora a casa nostra, ora nei nostri pensieri. Vaghiamo spenti come formiche ferite. Pensieri orrendi come lombrichi, ci scavano dentro come fossimo di terra. Vangati, zappati, rivoltati… e senza frutti. Così ci prende una rabbia che ci sfinisce, che ci confonde i sentimenti: non è forse confusione quella che ci spinge ad essere più duri con coloro che più amiamo? Il perdono è un gesto assai semplice in realtà, purché la persona a cui lo concediamo ci sia sufficientemente estranea. Più marginale e legata al caso sarà la tua presenza, più io sarò con te tollerante, pieno di riguardi. Stammi accanto e sopportami ogni giorno, ed il mio peso finirà per schiacciarti. Amami e ti distruggerò.

…oggi come allora, stesso sguardo scuro e intimamente rabbioso.
Oggi come allora, sveglio nella notte per sciacquarmi gli occhi pesti
cercando di trasformare quel nero che cola dalle ciglia in inchiostro.
Parole, versi
slegati per pensieri privi di filo.
Tanto la scusa è sempre quella, ovvero che le parole sono l’impronta che il mio spirito tenta goffamente di lasciare di sé. Un istinto, una necessità che ogni tanto va soddisfatta. Un pensiero scritto è dunque la sindone dell’anima. Io allora che faccio, meschino teatrante quale sono? Stendo il lenzuolo in maniera ben visibile. Qualcuno passa e guarda distrattamente, forse qualcuno ne resta per un attimo colpito. Altri invece conoscono il trucco e non si fanno incantare.
Ogni tanto ripasso anch’io e non sempre mi riconosco.
Mi scordo del come e del perché.
La devo smettere.

(29 agosto 2007)

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